Dialogo a 4 voci
Angelo:
ragazzi, allora, che si fa? pensiamo insieme? vediamo dove arriviamo?
si parla di comunione di idee, tra di noi...facciamo circolare un po' d'aria?
ci stimiamo, e, se è così, dobbiamo muoverci e smuovere
parto da qui
"eresia": in greco "hàiresis" significa "presa"----"conquista"-----"scelta"; in latino troviamo poi l'idea più pregnante di "aderenza"-----"aderire" ad una idea
, "aderire" che letteralmente ha il significato di "restare attaccato"; dunque non avanzare; da qui il passo ad "essere dubbioso" è breve, è un fermentare, pronti a scavalcare finalmente il muro del postmoderno; è aprire una breccia. basta con la speranza: aprire, e incidere.crediamo ancora nel Canone?
Andrea:
Caro Angelo,
mi piace la tua idea di "macerazione", e penso anche mi si addica. Occorre, secondo me, come Bene ultimamente ricordava, "rovinare le rovine" ... il che vuol dire rovinare se stessi, i propri specchi egotici, lasciare che la riflessione fluisca ... cioè si perda e torni semplice e limpido riflesso: è una superficie quella che cerchiamo, una lama. Daniela proprio ieri mi ricordava la frase splendida di Brando nel film di Coppola: come una lumaca che striscia su di una lama affilata. La poesia come lama d'aria, come ciò che riconosce l'opera come resto, squama, escremento. Come luogo di una nobiltà e di una aristocrazia del tutto particolare, quella dell'attimo nel suo immediato svanire: un'aristocrazia che si apre al rischio di non avere più un passato come sostegno ... e una poesia che non vuole più diventare il suo passato come sostegno: senza rimpianto, senza memoria. Aria, aria.E questo, lo ripeto, coincide con lo sforzo durissimo, fatto sul proprio corpo, sul cadavere che continuamente portiamo a spasso, sugli splendidi ossari e reliquiari (amati, certo, tanto amati, fino alla follia) della letteratura e dell'arte, sulle calcificazioni auree che per un momento ci esaltano, sui diamanti che aprono scaglie e petali sul dolce della pelle (quanto dovrò ripeterlo, che il Galateo zanzottiano è il libro in assoluto più grande e più responsabilmente disperato, e splendido di tutto il novecento nostrano?).
Aspetto le vostre mani sicarie, un abbraccio forte
andrea ponso
Angelo:
andrea, ragionare in questi termini mi piace
ragiono sulle affermazioni tue: Bene "ha rovinato le rovine", ok. c'è un passo ulteriore: il senso oltre l'aura, la "salute", che poi significa "salvezza". c'è dannazione in Bene e continuo riflesso, si o no? ti chiedo, il territorio è tuo.
ecco, accanirsi sulle rovine non ha più senso, lo vedo come un gioco fictionale, di plasmazione di un mondo fatto di quinte, e scene.
piuttosto la lama che fende l'aria e si fa superficie...è lo spazio, il nostro spazio, quello che cerchiamo.
a me, personalmente, ormai di ossari e reliquari non me ne frega, rimangano dove sono! non guardo al Canone. prima di morire si va al cimitero, a visitare i propri morti, morti che si è, bisogna decomporsi, e per decomporsi intendo disgregarsi in mnodo da dare minutamente nuova linfa, ardore ed onore ad una parola oramai vuota. poche, e nette parole, dunque. e poi rinascere.
forza ragazzi premiamo sull'acceleratore, senza tema. uniamoci, ci rendiamo conto dello schifo che ci circonda? non dobbiamo restare soli. è possibile che la giustezza debba passare per anormalità, in questi tempi merdosissimi? non possiamo assolutamente assecondare chi pensa che la letteratura, la poesia siano teatro, prestigio per bacucchi...si deve uscir fuori dalle stanze maleodoranti della letteratura! lì c'è la morte! sono i modi qquelli sbagliati, e non si può morire a causa di quelli che vogliono ridurre tutto a passerella!
a volte penso banalmente che abbiano contribuito a farla morire i nostri letterati, le pecore che poi la celebrano. bisognerebbe saper vivere il presente, altro che aura e aura!! la rosselli l'hanno bruciata in vita! è che nessuno sa rispettare il proprio ruolo, questa è l'italia. non si è generosi e humili.
non penso che si abbia bisogno di mani sicarie, lo so andrea che la tua è una provocazione, tuttavia mano sicaria è mano che colpisce a tradimento, è mano che pugnala. le nostre mani nude, trasparenti...sono mani e basta. mani che carezzano, portano amore. mani amorose....oddio...scado nel pecoreccio!!!!.....oramai, in quessti tempi merdosi, carezzare significa blandire, lo so...ma carezza è altra cosa...può avere la forza di uno schiaffo....allora è "poesia civile"!!!!!!!!
Andrea:
Caro Angelo, cari tutti,
non si sfugge alle proprie cristallizzazioni se non lottando perennemente con esse: l'arrivo è liberarsene (al presente, in un movimento incessante) non essersene liberati ... la poesia solo così accade, presente. Da sempre. Non c'è un arrivo, una landa sgombra dove l'aria sia frizzante, dove i fogli rimangono bianchi, no. L'arrivo è nell'intensità forsennata di questo grattarsi la rogna, di questo grattarsi via la pelle fino al sangue: se avete visto la "Salomè" beniana ricorderete il formidabile finale dove Erode-Bene viene spellato vivo, lui e la pellicola, fino al bianco ... ma il bianco non arriva mai quando lo vedi completamente, perchè allora il film è a sua volta diventato pellicola, finissima ma inscalfibile ... nello stesso film c'è un cristo comico e disperato che cerca di crocifiggersi da solo, solo che dopo i chiodi ai piedi e quello sulla prima mano rimane impigliato in eterno e non può concludere l'opera: solo così si è nell'intensità. Il teatro per Bene, alla fine, è proprio questa vergogna. L'intensità diventa vergogna, quella che sta nel mezzo (come la velocità raggiunta tra due punti) e l'attore (o il poeta) diventa quel corpo estraneo che non permette la chiusura dell'occhio-sipario.
L'intensità, per scatenarsi, ha bisogno di materiale da bruciare, su cui rimbalzare (le rovine non imbellettate, i cadaveri da seviziare e da spergiurare in una esplosione di atomi): solo così l'energia si mantiene alta - poichè, se il negativo davvero si instaura in tutta la sua forza, viene molto più comodamente "usato" dal sistema come sponda.
In Bene, soprattutto alla fine, si forma una strana e profondissima, disumana consapevolezza smemorata: da una parte il cadavere dolorante in perenne lotta, in perenne decomposizione, lordato e percosso non solo dal formicolio dei codici e del potere, ma anche dall'invenzione splendente e irraggiungibile del suo stesso canto, dalla pioggia del significante ... è l'in-vulnerabilità di Achille: spettacolo scioccante proprio per questa consapevolezza di un corpo che delira e che ha male, ma che non riesce nemmeno più ad identificarsi con il proprio male, pure presente e ineliminabile. Riuscite a pensare un male che non si sente e che non si sa?
Non appena ti fermi un attimo, al primo spiraglio di vuoto, c'è il respiro, il probabile raggiunto superamento (dei codici, della tradizione ...): se ti fermi ad assaporarlo un momento in più la corazza ti cresce naturalmente dalla tua stessa pelle, il corpo si fa sepolcro ad ogni istante, ricettacolo, camera d'eco di una necrosi e di una metastasi musicalmente infinite, come un moto perpetuo.
Solo chi muore ad ogni istante, solo chi si butta e fugge dalla finestra ogni dieci minuti (come in Nostra Signora dei Turchi) ... solo chi muore ad ogni istante non è stato, ma è, e accade ad ogni istante. E' il tempo aion: l'immediato come immediato svanire (qui la nostalgia o il carpe diem non c'entrano un cazzo) smemorato. Mi viene da dire, che in questi momenti alcune volte non si è mai stati. Quanta fatica per fare il vuoto!!! Il nostro punto d'arrivo è il non arrivare mai, il nostro arrivo è a metà strada e costa però una doppia fatica, una fatica infinita.
Dobbiamo davvero fottere per la verginità.
aspetto repliche, un abbraccio
andrea ponso
Martino:
Questo spellarsi a vicenda mi galvanizza quasi, ma lo sapete che io sono quello del "tempo di panificare". A me interessa molto sapere cosa siamo diventati. Strappato il velo della nostra tradizione, del nostro dialektòs,C'è un uomo come c'è sempre stato o no? C'è qualcosa di diverso già prima del nostro linguaggio, del modo di dirlo. Perché io non sono più convinto che noi siamo quello che diciamo. Siamo assai di più quello che pensiamo, quello che mangiamo, quello che piangiamo, quello che scopiamo, quello che non dormiamo. Ecco, sarà pure li tempo di infrangere finalmente dall'anatema montaliano o no? Perché la mia impressione è che aleggi ancora come una maledizione che ci impedisce di parlare di cosa ci sta a cuore, e sempre e soltanto, invece, del come. Prima della parola, cosa?
Così... un ciottolino in uno stagno.
Andrea:
Caro Martino,
hai ragione, non siamo tutto quello che dici ... e non siamo nemmeno quello che diciamo di non essere: basta con l'usufrutto a interesse del negativo ...Montale, l'Eusebio nazionale, pur grande artigiano, è spacciato. Pensate invece alla strabigliante riattualizzazione (altro che tradizione) che si potrebbe fare di due suoi grandi maestri, quel Gozzano che in un falsetto disperato e struggente grida, tra gli acidi di un Laforgue, grida "ed io non voglio più essere io" ... o il D'Annunzio asceticamente eccessivo, che nello spreco e nello sfoggio delle sue abilità e dei suoi modi apre alla vanità di ogni gesto, di ogni modo, per entrare in ciò che non ha modo (come dice S. Giovanni Della Croce). Una riattualizzazione come quella grandiosa operata da Campana.
Non siamo quello che diciamo, non siamo quello che pensiamo, non siamo quello che proviamo, non siamo nemmeno quello che non siamo ...
forse non siamo, semplicemente. Ma continuamente obbligati da una coazione a essere, all'esserci, all'in-formarci, condannati al disegno, al progetto, al costruirci, che è poi la condanna al discorso, alla sua progressione lineare (che è quella storica e del progresso e anche della speranza religiosa, dell'interesse e, molto spesso anche quella dell'arte) alla sua individuazione e coniugazione, al suo dualismo d'accatto, al rapporto a due, alla copula sospirata e sospirosa, all'obbligo di un verbo (cioè di una energia) per forza associato ad un soggetto (quale falsità, guardate invece la grandezza, in questo senso dell'ideogramma, ad esempio) alla memoria. La tradizione dovrebbe davvero fare i conti con la Tradizione, quella dei grandi mistici e dei grandi "iniziati": niente a che spartire con fughe misteriche, ma anzi la caduta nel proprio sgorgare continuo, nella propria origine in atto, smemorata e smemorante - quindi, non più origine ... il miracolo dell'eternità è in questo cortocircuito temporale dell'attimo come immediato svanire, nel quale la progressione del tempo, che altro non è che memoria, sparisce - nel quale tutte le liturgie non sono altro che modi in via di decantazione, che non aprono altro che al loro vuoto. Un vuoto mai immobile, non ab-soluto, ma generante, vivificante. Questo è il significato profondo, esoterico, di ogni simbolo.
Dire si alle infinite maschere, alle infinite possibilità, alle infinite "verità" ... dire si all' "errore" per entrare nell'erranza ... in una erranza che non è quella bianca e seriosa, heiddeggeriana, ma piuttosto quella parodica, del riso e della grande salute, quella nietzchiana ... un riso debordante, che sale alla gola da ogni superficie, che apre le forme, i modi, il pensiero, il non pensiero, l'amore, i sentimenti e che nel suo spillare caldo e frizzante invita alla danza, allo spargimento privo di calcoli, come un buon vino. Il negativo, allora, e la tradizione, e il passato e tutto il resto ritornano come riflessi cangianti e splendenti e noi diciamo si, si, si ... con una ferita che si allarga fino a farsi sorriso. Non ci impuntiamo più, lasciamo che ogni nota scorra, ne accogliamo il suono e lo lasciamo andare via, ne ascoltiamo in noi ogni vibrazione come una violenza e una carezza (lasciare che anche la nota più stridente, più stupida o più altamente tragica vibri fino alla sua fine ... questo è poesia ... o anche la nota più splendida e struggente).
La poesia non è niente.
un abbraccio,
andrea ponso
Giuseppe:
Cari, vediamo se riesco ad inserirmi nella discussione, magari prendendo spunto dagli ultimissimi messaggi di ciascuno di voi: è oramai chiaro che ci credete, in questa relazione, e allora beccatevi una prima cornacchia-pallottola, di modo che non ci siano misteri (!) tra noi.
Credo sia finito il tempo del poeta-persona e ancora più del poeta-personalità: Montale, D'Annunzio ecc. sono tremendamente autoreferenti ed autoriferiti e non è questo che vivo come poesia né lo sentiamo più noi (tra noi si insiste della perdita del carattere soggettivo dell'opera e la stessa atelier prima maniera, sulla quale tutti siamo d'accordo, lavorava su un' "opera comune" a-personale). Ora, a fronte della sopravvenuta insufficienza dell'io, sorpassata la necessità della sua mediazione per "ritualizzare" o "validare" alcunché, chi produce pensiero (o che altro me lo direte voi) come dovrebbe procedere? Voglio dire: quale è la forma che oggi conviene adottare per... per... per cosa?? Sia Angelo che Martino che Andrea mi stanno persuadendo anzitutto dell'esplosione delle nostre persone fisiche e mentali; se un modello è Carmelo Bene non posso che rallegrarmi, né mi (ci?) spaventa il prezzo. L'unica mia fisima è quella di cercare di rendere comunicabile, accessibile il senso di moto rispetto ai limiti delle nostre conoscenze & sensazioni, così da costruire una "rete", un sistema di relazione mutuo e senza gerarchia; roba derivata da discussioni come questa è molto più germinativa del prodotto finale (versi o critica) che pure verrà, ma presuppone impostazioni più verticali al momento inadatte, credo.
Giuseppe:
Cari, estraggo una parte della perorazione di Andrea per rendervi il mio ultimo approccio; in particolare riporto quanto apparentemente è più lontano dal mio modo di essere pensiero (non solo) poetico.
Non siamo quello che diciamo, non siamo quello che pensiamo, non siamo quello che proviamo, non siamo nemmeno quello che non siamo ...
forse non siamo, semplicemente. Ma continuamente obbligati da una coazione a essere, all'esserci, all'in-formarci, condannati al disegno, al progetto, al costruirci, che è poi la condanna al discorso, alla sua progressione lineare (che è quella storica e del progresso e anche della speranza religiosa, dell'interesse e, molto spesso anche quella dell'arte) alla sua individuazione e coniugazione, al suo dualismo d'accatto, al rapporto a due, alla copula sospirata e sospirosa, all'obbligo di un verbo (cioè di una energia) per forza associato ad un soggetto (quale falsità, guardate invece la grandezza, in questo senso dell'ideogramma, ad esempio) alla memoria.
Mi pare che l'invito sottaciuto sia ad effondersi, anzitutto, poi altro verrà di conseguenza, allora chiedo: in che senso? Davvero credete che serva creare una rete comune? Davvero credete che chiamare la crescita & invecchiamento "discorso lineare" sia diverso da chiamarlo "esperienza mistica"? No, non penso né che lo crediate né che sia così. C'è tutto un costrutto (un bozzolo) che Angelo chiama corazza e che potrebbe impedire l'effusione della persona -e dunque delle personalità poetiche, se non forato dall'interno. E va forato ora o non sarà più tempo, dunque forza & coraggio. Cosa importa del modo di procedere e del procedere stesso? Nel momento in cui ciascuno matura una barbarica autostima (cioè nel momento in cui si fa coscienza) tutte le categorie non hanno più senso. Dicevo con Angelo del Canone e lui mi invitava a non badargli, ma cosa è questo Canone se non gente che ha già affrontato le nostre stesse prove? Anche ammettendo che non ci sia nessuna differenza tra chi entra in un qualsiasi canone e chi ne sta fuori, il moto è lo stesso, la spinta identica e qualcosa tale spinta porterà, la si chiami progresso lineare o esperienza mistica. In poesia, negli ultimi tempi sto sull'opera di De Angelis; mi pare davvero tra le più convincenti ed esemplari della sua generazione e molte composizioni (mi riferisco all'antologia "dove eravamo già stati") mi schiudono prospettive.
Personalmente mi sono invece orientato su una scrittura didascalica (dice Angelo enciclopedica), più vicina alla prosa, ma questi sono affari miei: quello che interessa al gruppo vorrei fosse una inesausta tensione verso un'ombra di luce dietro le nostre persone, una sorta di anima (laica) che scorgo nel coagulo delle scritture di cui ciascuno di noi porta traccia & memoria. In questo senso mi fa piacere che tutti trovino trovi stimoli per darsi e dare senza contegno, sono sicuro che questa "liberazione" sarà produttiva (per me lo è senz'altro, grazie) e libererà nuove energie ed associazioni
Angelo:
è
dunque tutto la poesia, pure il suo contrario, e ,dato che stiamo bruciando,...decliniamo tutte le nostre parole in infinitesimi modi, lordiamo tutto, non come gesto estremo avanguardistico ma come atto di estrema appunto erranza, che lasci cocci d'ossidiana a risplendere e a imburrare le gole dell'animalità più infame...altro che montale, vero artigiano, giustissimo, qui bisogna rifondare o rifondere una umanità paciocconasono contento che si vada avanti....i motori girano girano e girano, con grazia
Angelo:
Carissimi, forse c'è bisogno di maggior chiarezza negli intenti, sicuro!
è' tempo, sicuro!, di infrangere il calimerizzante anatema montaliano. credo che se noi 4 si sta qua è proprio perchè, mi auguro, si smetta di parlarci addosso e si divenga operativi.
allora, andrea, le tue tirate mi vanno bene, a patto che si tenga presente che trattasi di esempi "letteraturizzati". chè quello che scrivi lo proviamo tutti i santi giorni sulla nostra pelle; mi paiono discorsi "di corazza", che non ci servono, se vogliomo spingere ed essere sicari fino in fondo! non abbiamo nulla da spiegarci o forse sono io troppo impietoso, rozzo e arrogante, e se è così mi scuso, ma è più forte di me, spero non me ne vogliate a male.
le cose che hai scritto, insieme al pezzo sulla rosselli, sono materiale di primordine, oro colato; oramai, quello che voglio dire è:aprire un varco, se piace pure a te. allora si deve pasare all'attacco, se no ci sommergono, i rampanti!!! se la vediamo diversamente, dobbiamo farla valere la nostra opinione, no?
ora, dico questo: invece di cantare e decantare il genio, c'è bisogno di vivere e scrivere delle cose di cui parliamo; se no, ripeto, questi discorsi si fanno basto o solida corazza, nel senso che ci aggrappiamo, forse per identificarci o farci coraggio o non so per quale altro motivo, ad un immaginario soluto. se opera "germinativa" ci dev'essere, dal di dentro bisogna agire!
dunque, è evidente che ai soliti modi di approccio mi riferisco.
poi penso ad una altra cosa: c'è, mi pare, una insuperabile difformita di strutture tra poesia e teatro/ poeta e attore; voglio semplicemente dire che bene, per fare un esempio, ha la possibilità di chiamarsi fuori e annullarsi nel tempo, vivere il processum, mentre la parola poetica ha una sua irriducibilità, carica anche di valenze inerziali; indubbiamente, che la poesia "venga messa in moto", si faccia corpo che si muove, voglio dire, è auspicabile. E' un "obiettivo", è il "liberarsene"(dalle cristallizzazioni), di cui parlaavi. dunque potremmo pensare insieme, che ne so,a questa forma di interazione, tra le altre cose,( fra gli atelieriani, c'è fratus che si occupa di queste cose, no?)...
questa forma di interazione potrebbe configurarsi allora come salus/salvezza??!!
d'accordo su tutte le cose che scrivi, andrera,nulla da obiettare; sì, proprio quella, la ricerca del tempo aion, quell'Aion/Eone, figlio di Kronos!! e di nuovo i figli!!!Noi???!!! Il presente che brucia??!!
ok, siamo sicari: bello quello che hai scritto, materiale fulminante che non va assolutamente perso, pugnalate sono!!
la figura del sicario da te disegnataè perfetta. va a delineare il nostro progetto, lo inchioda. Lo informa. m'hai convinto: non eretici ma sicari!!
secondo me, fatto il vuoto, ora, bisogna popolarlo
un abbraccio fortissimo a tutti e tre, continuiamo
vostro angelo.
Andrea:
Caro Angelo,
"essere propositivi" mi dici, certo ... Fare, fare, fare (fare cosa? Un figlio?!!? vogliamo forse diventare anche noi padri? già?) ... mi butto, certo, in questa avventura. Ma fare, fare, fare: dimmelo tu allora cosa devo "fare" !!! io, sono comunque, pronto, spara.
Sono discorsi "letterari"? beh, potrei parlarti della mia gastrite, dei miei problemi intestinali, dei calmanti che ogni tanto sono costretto a prendere ... e sono convinto che sarei ancora nel "letterario" come lo chiami tu. Siamo "decisi" e segnati (in-scritti) fin nel più profondo delle nostre viscere. Ogni virgola maledetta del nostro pensiero dipende da un sistema (che è poi quello lineare-binario-scrittorio) che abbiamo innalzato a unico garante e produttore di verità ... non c'è una verginità, non c'è un più avanti di noi, come già ho detto ... quello che cerchiamo, vi prego, non facciamo l'errore di volerlo vedere fuori (in prospettiva .. ogni prospettiva è solo rappresentazione!!!) ma guadagnamolo in noi, nel medium: non c'è altra fuga che questo eterno sur-place, questa corsa folle e immobile che sprigiona vortici, pendenze, vibrazioni, frequenze e intensità. Guardatevi i film di Buster Keaton: capirete tutto ... guardate i suoi occhi, sempre altrove ma profondamente nelle orbite di quello che accade ... guardate il suo scivolare sciagurato, come se il mondo fosse una immensa saponetta, il suo cadere, il suo inciampare ... si vola così, con il culo a terra. Ci si sprigiona.
Siamo tutti "letteraturizzati", "in-formati", "alfabetizzati", "democratizzati" : sono violenze inaudite, queste, soprattutto per chi non se ne rende conto. Attenti, attenti: letterato è colui che sa di essere giocato da queste strategie, che conosce i suoi codici e che per questo può non credere alle visioni che attraversa.
La contrapposizione? si va bene, ma può anche diventare luogo dell'agone e dell'erezione egotica ... per chi davvero non ha fondamento non c'è gara, non c'è male, non c'è nemico, non c'è problema! Questo non vuol dire che io non veda la tanta merda di quello che ci circonda, però scontrarsi con essa mi pare una debolezza imperdonabile ... significa, come in ambito politico, credere ancora al gioco "di ruolo", alla recita dei due poli, della scielta, del destra o sinistra ... è una società dei video quiz: c'è una domanda e hai due o più risposte (è lo stesso) e devi rispondere perchè così il grande spettacolo continui. Devi avere un ruolo, devi essere occupato .. chi fa da oppositore è già e più di altri schedato, storicizzato: si diventa minoranza ... è la stessa cosa che maggioranza ... al sistema non interessa più il cambiamento di casella, purchè tu stia al tuo posto (qualsiasi esso sia), nella tua casellina. E la vita, per quel che mi riguarda, non è un cruciverba. Preferisco l'enigma nietzchiano, quella domanda che rimane senza risposta ... che rimane nella sua intensità.
Non si può fare arte con l'arte, letteratura con la letteratura, poesia con la poesia ... e allora, e allora ... non si può vivere con la vita ... e allora??!!!???
p.s. : saranno, queste, frasi mie, pensieri miei o di altri? pagine di letteratura? chi se ne frega, se l'io è il despota ridicolo da combattere, stiamo ancora qui a pretendere "originalità"? Ma cos'è l'originalità, l'avete mai pensato? e lo stile? non sono unghie di un ego profondamente radicato? Non siamo fatti di questo? non siamo? come si può, allora, in poesia, parlare di autore, di stile, di originalità ... "La sensazione non dice io" (...) se siamo desiderio, non siamo che forza vuota, energia pura. Non siamo ...
Allora togliete tutte queste zeppe dell'io ... quelle dell'autore, del suo stile ecc. ... cosa rimane? Togliete tutto questo, spingete il narcisismo al suo massimo d'intensità (fino a quando il muso splendido e odioso di Narciso diventa corrente impetuosa) e troverete che il più grande poeta (poeta) del novecento italiano si chiama Bene ... anche senza aver mai scritto un verso ...
a presto,
andrea ponso
Angelo:
Cari tutti e caro Andrea, i miei messaggi, ripeto, forse risultano troppo frontali, ma, ti prego, non prenderli come attacchi personali, prendili come deliri di un uomo che di calmanti avrebbe bisogno, e dico davvero.
Quindi mi dispiacerebbe nel caso ti fossi offeso, e di questo mi scuso.
Nessuno prende ordini da nessuno! Se no, non si starebbe a discutere, e ti assicuro che questi sono momenti produttivi al massimo. E so anche che parlare di presenza eviterebbe i fraintendimenti.
Voglio che la buona fede non venga messa assolutamente in discussione, non avrebbe senso altrimenti.
Ma ritorniamo ai nostri discorsi.
Stiamo gia "facendo". Noi "facciamo" i figli, è presto per fare i padri!
Quando parlavo di operatività, mi riferivo semplicemente al fatto che bisogna "stringere" ancor di piu i nostri discorsi. Sì, è vero, ho troppa fretta, e sbaglio, è una deformazione, del resto. Sai quante volte me ne pento e soffro per questo?
Sulla contrapposizione: non c'è gara, nè male, non c'è nemico, non c'è problema. Questo penso sia chiaro a ciascuno di noi quattro. Quando dicevo di passare all'attacco, pensavo all'apertura di un varco, la ricerca di uno scarto viscerale, fuori dal modus letterario: una "verticalizzazione"(come nel gergo calcistico) che schiuda..., non certo uno scontro. Noi non dobbiamo rispondere a nessuno, altro che video quiz! La risposta esige una domanda "chiara", odorosa e non puzzolente di merda. E' intransigenza, come anche soprattutto onestà intellettuale.
Per chi non crede nell'io, per chi vuole eliminare la poesia(come la si intende) non c'è posto, nè ruolo. E' un continuo versamento, i nostri corpi non possono che fare da argini, indirizzare/convogliare il magma nel vuoto. La rete è il vuoto. Il web...il sito..... il vuoto/pieno.
"Non si puo fare letteratura con la letteratura, poesia con la poesia"...ecco è bene che capiamo che arriverà giorno in cui si farà altro. Si vivrà! Sono in attesa di questo, e penso che faccia parte delle categorie biologiche
L'originalità è sorgiva nel momento in cui non c'è piu stile o ce ne è troppo....vuoto vuoto vs pieno pieno, di nuovo.....dunque si è apostoli, o si è sicari o sicari apostolici!!!???anche l'apostolo è un "mandato da..." e "parla per..."
Chi arriva allo spossessamento dell'io si approssima allo stato di anima-lità...quella è la strada, quella percorriamo...a quella condizione si ritornerà, nel Bene e nel male.
Un abbraccio forte a tutti,
angelo
Andrea:
Caro Angelo,
nessun rancore, niente di personale ... continua pure anzi: non permettere che mi pianti in forme ... soffia pure con crudeltà sul mio fuoco, come io farò con il tuo. Dicevo già tempo fa, parlando con gli altri, che l'amicizia davvero forte permette di usare coltello e stiletto, permette quella sana e lucida crudeltà.
La parola "apostolo" non mi piace molto: esso, almeno nella tradizione cristiana, è colui che di quella voce che gli arriva tenta di farne parola, comunità, cittadinanza ... ricordi il passo fondamentale di S. Paolo, quando al parlare per glossa sostituisce l'amore della spiegazione? è la nascita del nostro sapere, di contro alla verità della voce, del piano incomprensibile, del fuoco che arde.
E, niente è più attuale di un fuoco che arde (A. Artaud).
Quindi, si sicari ... senza pretese di comunità. Di una comunità, comunicare solo il suo farsi, e il terremotato discrimine che non le chiude in forma. Cosi, per l'individuo, come quid che nessun sapere, nessun profilo, nessuna forma riesce a risarcire.
Odia il prossimo tuo come te stesso.
andrea ponso
Giuseppe:
(no, gli apostoli no, per favore... apostoli proprio proprio proprio no...)
Angelo
piano, ohu,
non voglio mica essere un apostolo....bando agli equivoci, era uno scherzo ovviamente...
la mia solita infatuazione per il greco, madre nostra!!!
mi riposo un po'
ciao
Martino:
il teorico non è proprio il mio mestiere: le mie parole vengono fuori solo quando il sangue, la malinconia, la disperazione, l'amore, gli appetiti, o chi per loro (e per l'oro), spingono con i motori a tutta. La viziosa cerebralità fa poi il resto.
Mi preme piuttosto invece notare che da un po' di messaggi stiamo girando un ditino intorno al buco senza cavar fuori il ragno. Vedo soprattutto Angelo che sta sgrillettando il cavo del muro senza far fuori l'animaletto che c'è nascosto dentro: lo stile.
Sintetizzo brutalmente come al mio solito, ma credo che ci siamo: è quello il ragnetto da cavar fuori, e schiacciare impietosamente sul muretto. Risfogliavo in questi giorni l'antologia Cucchi/Giovanardi e un brivido mi correva lungo la schiena:la poesia italiana scivola progressivamente (adesso lo è fino alle ginocchia, ma che dico: ginocchia? fino almeno a sopra l'ombelico!) nella melma in cui tutti i maiali sono marroni. Cos'è questo benedetto stile, in epoca di sottrazione del soggetto, se non una "normalizzazione", una sottrazione fino al nulla che unisce tutti? Ma non un nulla ontologico, sia chiaro, non il nulla di un antideotidicea o di un pensiero tragico, niente di tutto questo: il nulla della propria materia, della propria carne, del proprio sé. Rinunciare a se stessi per essere poeti? Sì, certo, ma in nome di cosa? Rinunciare a se stessi come padroni del proprio io, donarlo piuttosto alla parola, agli altri, disfarsene in questo senso mi va bene. Mi va bene la rinucia alla propria giurisdizione su se stessi, ma rinunciare a me in nome di uno "stile"? Oddio, è cos'altro è uno "stile" se non un altro "io" che mi appiccico sulla faccia? Parafraso Cornacchia: "Caro Signor Crepet /suo figlio non è dotato come sua madre e me,/ intendo per la vita. Mica farà il poeta?". Qui è pieno di tipetti che non hanno nulla da RACCONTARE che ci possa muovere qualcosa, ma lo fanno in maniera perfettamente accordata a quelli degli altri e a un presunto proprio stile. No no no! Mi brillano gli occhi di contentezza quando mi dicono che leggendo le Trentadue lattine non si capisce che cavolo di poesia sia, che sembra che ci siano troppe voci diverse, che sembra più un'antologia, dei testi di preparazione... Porco Giuda, ma chi di noi ha ormai veramente una voce sola? Chi è uno stile di noi? Come forse potevano esserlo Foscolo, Leopardi, ma anche Montale. Eccolo cos'è il canone, cos'è la tradizione, o meglio a cos'è ridotta (nessun giudizio di merito): una manciata di schegge di uno specchio rotto che ci circolano per la gola. Io SONO Montale, io SONO Bigongiari, io SONO Pasolini , io SONO Penna, Caproni, Campana, Sereni... SONO pure Bene, e - per quel che mi riguarda - SONO pure Chet Baker, John Coltrane, Michelangelo Antonioni, Thomas Bernhard e Amici miei (tutti gli atti) e un scco d'altra gente... figuratevi che penso d'essere pure un po' Cornacchia, Ponso e Rendo! E devo spogliarmi di tutto questo, per cosa?, perché un censore qualsiasi ci ha fatto credere che l'unico modo d'esistere poeticamente è non esistere come fuori?
La mia preoccupazione non è certo scrivere qualcosa di originale o in modo originale. Ne ho piene le palle dell'originalità: ridatemi i Rolling Stones! E ne ho piene le palle soprattutto di queste "fusioni a freddo". Quel che dobbiamo fare, ecco, da buoni sicari... è predisporre tutto per delle grandi deflagrazioni, l'esplosione di tutte le schegge, di tutti i chiodini che abbiamo dentro. Chi ha più sangue lo tiri fuori, ad uso dei posteri, che sappiano che razza di gentaccia siamo stati. Se invece siete come Dal Bianco, e invece di libri di poesia confezionerete elegantissimi cartoni di latte (scremato), le vostre colazioni, così misere come sono, non credo che interesseranno un granché i vostri nipoti. Campana? La Rosselli? Mi pare che stiamo maneggiando della roba proprio pericolosa, come è necessario e auspicabile, no? Ma attenzione a non attaccarci le loro pagnie sulla faccia, come in una maschera di cartapesta! Quelle pagine dobbiamo ficcarcele in gola, mangiarle e cacarle. Anche quei due di noi che hanno il pancino delicato... (questa era solo una battuta, non una metafora, eh).
Giuseppe:
mi sorge dunque un dubbio, avallato dalle Vostre considerazioni: possibile che la vera letteratura sia ora questa specie di dialogo a più voci che stiamo così scioltamente riordinando?? davvero non si può più parlare di canone (e neppure di stile) ma solo di vita riversata in scrittura???
non nascondo che questo prorompere così... naturalista... mi vedrebbe entusiasta ma aspetto di sentire cultori della forma e io stesso non mi sento di evacuarmi a questa maniera, o almeno non ancora...
Andrea:
Caro Martino, hai ragione ... la questione dello stile è importantissima.
L'esplosione dello stile deve essere per sempre una esplosione in
atto, cioè viva e vivificante. Per questo dicevo e insistevo che non c'è
arrivo, che non c'è "liberazione" : non c'è liberazione che sia definitivamente
"liberata". E non siamo qui nel "differire" quando esso diventa comoda sala
d'attesa per i soliti giochetti in cui si approfitta del negativo e se ne
riscuote l'interesse. Nell'esplosione non ci si può accomodare (v. Campana) non
si sta mai fermi ... tu dici io sono Campana, Bigongiari ... preferisco
io divento. Non c'è davvero arrivo e non c'è una fuga, se non da
fermi in un sur-place che monta in intensità. Così, credo, è per lo stile: la
tendenza di troppa poesia che si spinge verso le plaghe dell'oltre soggetto in
realtà ricade in una ulteriore e ulteriormente riterritorializzante
individuazione: infatti, la maschera di Dal Bianco è quella del tutto asfittica
e mortuaria (debolmente e miseramente mortuaria, "democratica") di chi si
identifica con il non avere stile: è pur sempre una maschera, tra l'altro
bella e pulita, priva di sangue e di liquidi. Allora davvero hai ragione: non
dobbiamo rinunciare alla nostra esplosione: il dopo dell'esplosione se
davvero siamo onesti con noi stessi e con tutto ciò che è vivo non ci
riguarderà mai, perchè noi non ri-guarderemo un bel niente ... tutto è guardato
per la prima volta, se non si identifica il sapere con la verità. allora
tieniti, teniamoci quel movimento che lascia andare, che esplode ... che
è poi lo stesso del respiro e del ritmo ... la vomitata di chi davvero si mangia
la faccia e ogni faccia, di chi diventa un fluire di liquidi, anche scuri, di
sangue e di bile ... sangue, merda, poema come diceva Artaud. Lo stile come specchio, certo ma come specchio che si frantuma e che da
riflessione torna riflesso ... vetri nella lingua e giù giù fino in gola, fino
allo stomaco (delicato e vuoto proprio per questo eccesso, per
questo ferimento continuo che anche il più piccolo movimento gli produce, per un
eccesso di cassa di risonanza credo, per tutto cio che accade e che mai
è accaduto, almeno per me, nel senso che perennemente continua ad agire a
digerire a muoversi, senza poter mai completamente gestire). Lo stile come stiletto, se siamo sicari, che rovinosamente dilania le
carni e riporta tutto in movimento: tutto è qui, mai successo, mai
accaduto : accade. Tutto il novecento è in un punto che è
un'esplosione (o una implosione) atomica, una danza di particelle ... una
comica, alla fine, vibrazione. allora, paradossalmente chi è davvero vivo non
ha mai chiuso i conti con il passato, perchè per "chiudere i conti" occorre
che il passato sia trattato da morto, inerte (è quello che fanno gli
imbellettatori di cadaveri, gli "sperimentatori: per poterlo gestire lo rendono
inerte e lo scherniscono da fermo, senza ingurgitarlo ... del resto si sa,
mangiare, digerire, vomitare i propri morti da più energia). Ma se tutto
è qui, il passato il presente il futuro sono eticamente concatenati e quindi
svaniti, tutto è ancora in gioco ... siamo vicini al Nietzche dell'eterno
ritorno, nella lettura Klossowkiana: una risata liberatoria che apre tutto ciò
che era stato considerato chiuso e in-formato o significato. I significati lasciamoli ai significati: lasciamoli a Dal
Bianco.
Un abbraccio,
andrea ponso
Martino:
Mi hai tolto le parole di bocca. Infatti il mio motto è: "io non sono, divento".
Ecco la poesia, per me, la mia poesia, forse è semplicemente la cronaca implacabile del mio diventare. In opposizione a quelli che "sono" o "non sono".
Rinunciare al soggetto... ma pensateci un attimo. Basta un bambino per capire che grande fandonia sia. Solo un modo per annullare le personalità, come se le lettere fossero nutrite d'altra linfa. Prendiamo in prestito qualche affermazione di Bossi e possiamo dire di chi vuol farci credere che quella sia la strada della poesia: "Roba da tecnocrazia massonica". Ce lo vogliono mettere "su per il cùl". Vogliono portarci al punto in cui potremo provare solo ammirazione o invidia e non amore. E invece la sfida è proprio lì: nel dono di se stessi. E nell'accoglienza dell'altro, con tutto il suo sangue, il suo dolore, la sua intelligenza, le sue lacrime, i suoi problemi di digestione. Come altrimenti la poesia cambia la vita e la vita cambia la poesia? Non è nella vita che la tradizione stessa diventa qualcosa di vivo? Non è trovandoci noi stessi ogni giorno sulla strada di Zenna, ancora una volta? Non è invitando gli altri sulle nostre strade?
Giuseppe:
Carissimi, la piega presa dal discorso mi porta a chiedermi/vi che tipo di rapporto si creerà con il pubblico. Non c'è dubbio che io sia molto vincolato alla scrittura, alla creazione di quei segnetti grafici (su carta o su video, non mi fa differenza) che mi fanno così mentale e freddo, ma voi? Avete anche una dimensione da performer e, nel caso, è un'esperienza che corrobora le creazioni o si tratta di altro che nulla ha a che vedere? Sarebbe a dire, avete/abbiamo un pubblico che ci influenza (con le sue reazioni) o procediamo dritti come pallottole?? Non ho esperienza di performer e non mi piace l'aura mistica che si crea in presenza di "poeti"; se e quando mi troverò in pubblico a "fare il poeta" farei il buffone, penso che farei conversazione con i convenuti; ecco, non si dovrebbe fare il poeta ma parlare di poesia, farsi uomini di comunicazione piuttosto che uomini di uomini (non so se mi spiego), dissacrare l'evento, sconsiderare le barriere che il senso comune di mette davanti.
Insomma, tirati fuori i rovelli personali, cerchiamo di stabilire delle basi relazionali con chi eventualmente ci starà dietro. Ok???
Angelo:
Ora: la questione non è lo stile, è il tragico sobbalzare della voce, che non è stile è anima allo stato puro...è il trasumanar, l'oltrepassamento dello stile, "tanto contengo che sprofondo tutto lasso"(primo stadio)
il fatto che si possa dire e non dire fa perdere il contegno, ed ora siamo emanazione di voci, voci (secondo stadio)
dissacrare l'evento non nasconde nulla, sono brado
inmettere la ragionanza , fare il cortocircuito dinanzi all'uditorio...non è che si debbano creare attese!
una povertà di linee e di sentimenti, il porsi è naturale, disarmante.scappare dal capannello, scappare dal rovello.
Andrea:
Caro Giuseppe, l'idea di performance a me non dispiace ... e non mi spiace neanche la tua
idea di rottura dei percorsi sclerotizzati, purchè, certo, non sia fine a se
stessa - non sia cioè puro gusto dello scandalo, naturalmente. Si
potrebbe davvero pensare a qualcosa ... non so, magari un misto di testi nostri
e attraversamenti di scritture altrui ... magari anche musiche, perchè no! Io
già avevo in mente, per conto mio, qualcosa del genere ma solo con testi di
altri (non naturalmente amici, ma grandi, magari pescati con rigorosa
indisciplina). Personalmente, per me, dato il mio carattere, sarebbe un affronto
che mi faccio: davvero un mettermi in gioco, un imparare a cadere ... si può
pensare davvero qualcosa, ma sarebbe bello, a questo punto, poterci beccare
tutti di persona prima o dopo. Per il resto: va bene il riassunto del nostro dialogo ... se nelle ultime
mail però continua sul problema della "fuga" (che fuga non è) dall'io o dallo
stile, magari sarebbero opportune anche le ultimissime mail. Ma vedi tu, va bene
anche così. Per finire, vi lascio con due riflessioni non mie ma che mi paiono abbastanza
opportune in questo nostro dialogo: "Il Polo Nord - là dove il vento non proviene che da sud e soffia
verso il sud, dato che in tutte le direzioni ci troviamo a sud. Là dove anche la
bussola non può indicare che il sud, poichè, essendo il nord assoluto, essa non
può più indicare il nord. Là dove i meridiani si congiungono e dove quindi non
ci sono ore. [...] Là dove cessa la forza centrifuga della terra. Al nord
assoluto il nord non esiste più. Tutto non può che venire da sud. Tutto non può
che venire da altrove. Al centro del soggetto il soggetto non esiste più.
Tutto non può che venire dagli altri. Tutte le forze magnetiche si invertono.
Per ogni punto del pianeta non ci sono altre direzioni che
l'antipodo" "Dopo gli intellettuali avidi di carne fresca e gli intellettuali avidi di
carne morta, ecco gli intellettuali avidi di carni congelate - né
morte né vive - la carne dei concetti e delle idee congelate
dall'intelligenza artificiale. Indecongelabili sotto pena di morte (come la
libertà nei paesi dell'est), commestibili per pietà, scimmiottanti tutti i segni
della freschezza di maniera, debatteriologizzati e denudati d'ogni sapore (anche
quello della carne morta). Questa sostanza mentale nuova secerne una nuova
specie di predatori, come la gamma dei congelati e dei surgelati ha suscitato
una nuova categoria di consumatori: gli sciacalli dei concetti surgelati, gli
sciacalli dell'informazione e della comunicazione. Mai più né morto né vivo:
questo è il destino del pensiero consegnato al frigorifero del
logicismo"
da Jean Baudrillard, Taccuini 1990 - 95.
un abbraccio,
andrea ponso