DINO CAMPANA E LA DEFLAGRAZIONE ( MANCATA) DELLE LETTERE ITALIANE
Di Andrea Ponso
Spesso, il compito al quale il critico é chiamato é quello di redigere una storia, di inserire un indeterminato fenomeno artistico o culturale in uno schema, in una progressione, in una impalcatura che alla fine, appunto, determini l’accadere estetico ( che quindi scivolerà inesorabilmente nella accaduto ) e che in tale determinazione diventi anche l’ossatura che ridà il credito di una esistenza al suo stesso ruolo, riconoscendolo nel suo lavoro di operaio altamente qualificato.
Esistono tuttavia, nelle innumerevoli storie delle arti, dei punti fosforici ad alto livello di fusione, dei luoghi dove un ipotetico terrorista, dopo accorti studi, potrebbe piazzare la carica esplosiva: sono luoghi di solito molto pericolosi ( il rischio, si sa, è quello di saltare, bruciare della propria stessa miccia ) oppure debitamente nascosti, o ancora resi sicuri da continui lavori di recupero e arginamento.
Il periodo ermetico é forse stato in Italia, per certi aspetti, uno sbarramento tanto aureo quanto poco permeabile: la luce francese in particolare e quella delle altre letterature, tornavano attutite, ovattate; le grandi esperienze del limite e delle avanguardie venivano appunto filtrate: si tendeva cioè a salvare più che altro l’insegnamento sul piano strettamente artistico e stilistico, evitando di inglobare il corpo stesso di tali esperienze … insomma, la bella copertina più che il sangue del poeta pugnalato. .. non é un caso che certi esiti del futurismo siano più importanti dal punto di vista programmatico che da quello dei risultati: una distanza protettiva é stata frapposta.
Il caso particolare di Dino Campana, può insegnarci molto a riguardo. La sua controversa collocazione critica, i giudizi non certo unanimi, ci mostrano molto da vicino il funzionamento di tale meccanismo.
Del resto, come ricordava Sanguineti nell’introduzione alla sua antologia della poesia italiana del novecento, “ non si deve cessare di riflettere sopra questo punto: che la consacrazione é toccata ai poeti della bella biografia “ 1 ( Saba, Ungaretti, ecc. ). Infatti, chi in qualche modo cancella la grafia, chi non predispone immagini (e per immagini qui intendo rappresentabilità, appigli, luoghi del blocco ) ma solo le infrange, e in qualche modo le supera e se ne libera, non é utile alla storia. Del resto, sempre citando Sanguineti “ la poesia tende a un’esistenza funzionale, come esorcismo davanti all’evento, come cerimonia protettiva “.
Non a caso, quando si parla del caso-Campana, si tende sempre a dare più credito all’immagine, sia essa biografica o più o meno romanzata, del maledetto … ma comunque sia sempre ad una immagine, cioè ad una sorta di rappresentazione … una poesia come quella di Campana, sarebbe certo insostenibile altrimenti: il pericolo di esposizione sarebbe troppo alto … e così quello che invece le é più proprio, vale a dire la voce, passa in secondo piano, poiché ciò che non ha immagine assomiglia troppo da vicino ad un buco, addirittura senza contorni, una falla che rischia di risucchiare nel suo vortice concentrico tutto quello che gli sta vicino, tutta la storia della letteratura, tutta l’impalcatura storico-critica che la sostiene.
Del resto, ormai, appare chiaro che non sappiamo più rapportarci all’evento, ad un qualsiasi evento, se non in modo storiografico e cioè protettivo; ma una tale impresa, non fa altro che <<produrre il passato in quanto “passato”, cioè distanziato e proiettato in una sua posticcia realtà passata, che non ha più, col presente, alcuna relazione vivente. Il passato é così neutralizzato>> come ricorda Sini 1 in un suo libro.
Allora, il movimento più tipico di questa poesia, è quello di un inesorabile, e non controllabile, progressivo scardinamento di ogni forma e di ogni modo ( per usare una espressione cara alla mistica di S. Giovanni Della Croce ): ed é questa una dinamica che il poeta non può scegliere e che non può gestire in proprio.
Nella foga ( del disastro, dell’ispirazione, del presente in atto … ) per orrore e con orrore Campana si aggrappa a quello che può, a brandelli, a pezze, a croste del cadavere delle lettere italiane: la poesia é un abito sbrindellato, un ricovero di fortuna … o casomai un residuo, qualcosa che si stacca dal flusso energetico: una sorta di ricaduta; insomma, non c’è proprio il tempo di sistemarsi il cravattino.
In questa macchina di pure intensità, Campana fa veramente piazza pulita di tutto: del sublime, dell’opera come chiusura in produzione, della poesia stessa e della letteratura, e lo fa come pochi altri; persino i futuristi, nella loro opera di distruzione non riescono a non lasciare come contropartita una poetica e un contro-sublime ( il sublime industriale, ecc. ), persino l’avanguardia inesorabilmente diventa storica.
Campana no, non si lascia com-prendere, non si piega al racconto e in questo continuo sbalzo energetico, in questo continuo spogliarsi e rivestirsi si dimentica persino il profilo ( anche la memoria, in fondo è un abito, non è altro che un abito o una catena ) e confonde il suo a mille altri: gli echi letterari che convulsamente ritornano nei suoi versi non sono altro che residui, medicazioni, punti di sutura con il materiale che era a sua disposizione. L’imitazione non esiste e non può esistere, poiché non c’è ( più ) nemmeno l’autore … insomma, D’Annunzio e Carducci, sono per Campana due brave crocerossine. Forse, in più, dal più giovane dei due ha imparato una sorta di ascetismo dello spreco, una nudità per sovraesposizione e autocombustione, un lusso del vano spinto all’estremo.
Campana come forzato incendiario, quindi, come fiamma che cerca appigli - sia per alimentare se stessa, sia per frenare la completa combustione. Non é certo un impresario della poesia o, peggio, un pompiere : é casomai costretto a diventarlo nei momenti più fosforici, di più alta vanità, per salvare l’ultima pagina, quella della sua stessa pelle; non dimentichiamo che anche il suo libro, il suo oggetto-prodotto, é andato smarrito: anche questo appiglio, questa boa é stata persa. E il desiderio di riprenderlo, dalle profonde maree della memoria provoca lo stesso movimento in intensità della poesia, che cerca (senza mai trovare veramente) e finisce contemporaneamente i suoi brandelli: non c’é, a ben vedere, sostanziale differenza.
E non c’é in realtà un fine in tutto questo, se non quello di godere di sé : del resto, come ricordava Marx, “anche soffrire é godere di sé”; e non c’é un fine perché non c’é un autore, vale a dire una autorità che decida e rappresenti una via, un percorso da seguire. Si pensa alla propria pelle, letteralmente, alla propria voce che brucia, alle proprie gambe che inciampano.
Campana non può correre in soccorso alla poesia, non vuole darle un nuovo abito, tra il canto spiegato dell’ Ottocento e il grado zero di Ungaretti ( parafrasando una considerazione di Bo all’introduzione dell’oscar Mondadori ): il suo movimento incessante scopre piuttosto la carne viva, smaschera le valvole di sicurezza di una critica e di un mondo aggirandole una per una ed evitando in particolare quella dell’indicibile. E, in questo senso, occorre fare una ulteriore precisazione: la sua ricerca, non é la rampa di lancio verso un qualche sublime. Il suo spreco non é uno spreco in favore di un silenzio originario e più o meno carico di significati metafisici o anche solo nichilistici di annientamento: l’unico volo vero é quello che si fa cadendo, incespicando, aderendo alle cose, alla terra e al suo presente non mai trovato abbastanza. Si é intensità, differenziale, differenza pura, non riferibile a nessun assoluto, ma tra la propria immagine, nella propria lingua, perché solo così si brucia veramente e perché solo in questo modo si evita l’incasellamento e l’accomodamento da parte di una critica come insopprimibile bisogno di riterritorializzazione: solo rimanendo all’interno del codice ( della rappresentazione, della lingua ) l’energia trova materiale dal quale sprigionarsi e nello stesso tempo uno spazio ristretto per mantenere alto il livello di calore e di fusione.
Campana vive così la sua totale insofferenza ( biologica direi, come lo può essere una tara ) ad ogni codice, dall’interno del codice, anche perché “fuori” l’increato ( ? ) nemmeno si accorge di sé ( figuriamoci di noi ) quindi non c’é “fuori” e non c’é neppure un “oltre il codice”.
Fatto significativo é che Campana giudicherà insufficiente il suo lavoro solo in rarissimi momenti e durante gli anni di non attività ( e di internamento ): cioè solo dopo. Ed é la debolezza stessa del dopo, mentre nel presente della creazione poetica in atto, negli anni della produzione, non ha mai sentito il bisogno di tali giudizi, aderendo completamente al fare della voce, senza distanze e senza riserve. Questo perché forse proprio le “croste”, le parti meno “riuscite”, quelle più posticce, sono, secondo le leggi interne dell’opera quelle più vicine alla poesia: quelle cioè in cui il fuoco del fare poetico é più vivo, quelle dove la voce più si é ingrossata.
E allora Campana, lo ribadiamo, centra poco o nulla con l’ineffabile : e la cosa che più ci sconvolge, e che più sconvolge la critica, la cosa più irritante e illeggibile é che Dino Campana ha detto ( dice ) tutto.
1 Carlo Sini, Filosofia e scrittura, Bari, Laterza, 1994, pag. 96.
(2002 - la proprietà letteraria di questo pezzo è di Andrea Ponso)