nota dopo nota a fondo pagina
su Douglas Dunn, nota e traduzione di Chiara De Luca

 

Douglas Dunn è nato a Inchinnan, nel Renfrewshire, ha studiato alla Scuola Scozzese per bibliotecai, e poi alla Università di Hull, dove ha insegnato. In seguito ha lavorato diversi anni alla biblioteca di Akron (Ohio). Adesso è professore d'inglese e direttore del Dipartimento di studi scozzesi della St' Andrew's University ed è membro della Royal Society of Literature.
Oltre che poeta, Dunn è anche narratore, traduttore, e autore di testi per la radio e la televisione.
Credo che la sua voce poetica estremamente originale, composita, assertiva nasca proprio da questo confluire di influssi linguistici, geografici e culturali di varia provenienza, dalla pluralità delle sue esperienze, dalla commistione tra l'attività, paziente e silenziosa, di bibliotecario e quella, metodica e rigorosa, dell'accademia. La poesia di Dunn è spesso indicativa del percorso di un lettore forte, con citazioni da classici e contemporanei, riferimenti espliciti o indiretti ai modelli letterari dell'autore, ma è al contempo quotidiana, spesso a sorpresa accesa di lampi di ironia, che si inseriscono anche in contesti di ampio respiro lirico. È una poesia caratterizzata da un rigoroso controllo formale (molte poesie sono fortemente strutturate da metro e rima), un'accurata scelta lessicale che non lascia spazio alla banalità, ma neppure all'eccessiva ricercatezza. È una poesia che si fa nel procedere della lettura, molto visiva, fatta di scorci lontani e zoomate improvvise, e il lettore ha sempre l'impressione che il poeta sia lì a fianco, a guidarlo, o anche a risvegliarlo e punzecchiarlo.
C'è uno sguardo acuto sul reale, con frequenti escursioni metapoetiche sulla propria funzione di poeta e sulla funzione della poesia stessa in rapporto al reale. E il poeta non si pone mai con supponenza al di sopra di ciò che vede e che sente, ma vi partecipa, a volte sembra quasi farsi piccolo per registrare, o tornare piccolo per guardare con gli occhi della memoria, in una sorta di sospensione nostalgica, ma nella piena coscienza che sarebbe stato possibile agire diversamente soltanto "Se solo avessi saputo allora quello che ancora non so".

 

Leopardi


Natura con un pugno lo sgobbò:
"Canta", gli disse irata; ed ei cantò.

Niccolò Tommaseo


What makes us say a thing is beautiful
Or some one, too, is lovely, such as you?
Devotion that's beyond the dutiful
Or truth superior to the merely true -
These, too, excite us. No one can explain
Melodic mysteries written down but wrung
First from the dishrag of a poet's pain
Before a word of it gets thought and sung.

Poets are lucky whose deformities
Are visible as humps upon their backs,
Byronic clubfoot or Miltonic blindness,
Clinical mania, dipsomaniac
Rage and stagger. Others make do with this
Inward sensation of hurt, a disfigured
Moment no longer knowable, noesis
Though imagination. But Tommaseo sniggered.

And that was his deformity. Who reads
Niccolò Tommaseo? When satire's thorns
Crown virtue it's the satirist who bleeds
In footnote after footnote. No one mourns
Wrong critics or those poets who sough fame
Though disregard of sorrow, his regard
For "confidence", "performance", the acclaim
Enshrined in dire normality's blowhard

Perfections, the "politically correct"
Anticipation of the well anticipated.
Leopardi, a well and truly wrecked
Poet from birth, unhappy, and unmated,
Library child, aristocrat, you dug deep
Into deformity, as I dig deep
In mine, so as to write to you, and keep
Faith with your sorrows, ugliness, pain, keep

Faith with the art of poetry submerged
In its reviled soil of self and famished
Desires, its rankness, horrors and its dirged
Humanity, its status of the banished.
My soul is very dirty. Yours was, too.
Soo, too, is everyone's, especially those
Who claim theirs aren't. Leopardi, you,
A semi-crippled student of the rose,

Fireflies, and your own spine, dear dust, I call
To you across the years from my own sickness
With the buon giorno of my kind and all
Best wishes from your over-aged apprentice.
Big spirit, little man - your voice sings on
In its encyclopaedic solitude,
Lyrical intellect, best read when dawn
Floods on the curtains with its fortitude.

To "purify the soul"… Sooner attempt
To make the world kind as purify
Whatever soul means. Poetry's exempt
From such theology. Its lyric cry
Cries that self is sagacious, wordly, sore,
Particular, and selfish, but benign.
Not much is new in it. All's as before -
Sung intellect and feeling, line by line

In tune with life, life-love and temperament,
Truth and its poetryin the accord
Life strikes with tuneful saying, like a scent
Arising from the sound of each clear woird
In an eccentric harmony, a true
Sound-of-who, bias-of-self, nitty-gritty
Gist-of-poet, smell-of-who, the "I", the "you",
Submergence of them in the sense and pity

A poem makes for the world in which we live.
When a fool moon drives highways of light over
Broad, potent Tay, my poets are talktative.
Archival spirits, lunar, undercover,
"God's spies", indeed, I listen to the night's
Fogged, morbid estuarial blue, and hear
Best poetry's etceteras, birthright's
Language - Rilke, you, Milton, and Shakespeare,

Keats, Byron, Browning, Auden, Burns, and so
I am kept sane by dreaming voices, moons,
And the stars' echoes, and the sleeping sparrow,
Buzzless hive-hidden bees, a lonely sppon's
Reflection of a star cupped in its cup
Like curative liquid, and a sense of art
Which says its purpose it to raise soul up
While also pleasing us, and breaking the heart.




If Only


It was a moment of Lambrettas
Of Eastwoodmains Road, where I stood
Under a laburnum, waiting for her.

Rich kids revved on their machines
And I'd just finished work in the library.
It was 8 p.m. and the suburb glowed with prosperity.

I'd my raincoat over my arm and felt stupid
Not to be motorized or in tennis whites,
Earning £ 5 a week and working the late shift.

Dust on the pavement mixed with
Dropped petals and litter. A bee buzzed
In my ear, a yellow interlude.

It was a moment of swallows and evening sunlight
On the Tennis Club roof, a moment
Populated by sports cars and resentment.

My mind was far gone in lyrical grudges
Drowning in leaf-music and panic -
"What shall I do? What's my future?"

And she ran towards me, hot from tennis.
I couldn't believe it. I was so happy.
I'd expected to wait for ever

Or until a policeman ordered me away.
I think I'm still there, haunting a gutter
If only I knew then what I still don't know.




You


You won't believe it. Perhaps you're too prosaic
          To fall for a poetic ache,
But your smile (when you smile), your eyes, your nose,
          Are far too beautiful for prose.

Don't credit this, my dear, if you don't want to.
          A poem, too, can be a pack of lies.
But if you don't, thyen I'll come back and haunt you.
          You'll find me hard to exorcise.




Native Meditation


At midnight in the sitting-room, lights off,
TV off, in the aroma of log-light
With a large dram crystalled,and more than enough
To last the darkness of a philosophic night,
I contemplate how timber turns to ash
In a wintry fire. An energetic flame,
Rising and dying, rising, domestic dash
Uttered in hearth light, speks of love and shame,
A lonely, lyric husbandry of thought
And poetry, the curse of scholarship,
Work's albatross, this bitter, native sip
That is a liquid and ancestral cry
Fropm thermal waters made in the year dot -
This hearth-flame rises it will not die.

Leopardi


Natura con un pugno lo sgobbò:
"Canta", gli disse irata; ed ei cantò.

Niccolò Tommaseo


Che cosa ci spinge a dire che una cosa è bella
O che qualcun altro è amabile come te?
Devozione che va oltre il dovuto
O verità superiore al semplicemente vero -
Questi, anche questi ci eccitano. Nessuno può spiegare
I melodiosi misteri scritti ma prima strappati
Dal groviglio di pena del poeta
Prima che una parola ne esca e canti.

Sono fortunati i poeti le cui deformità
Sono visibili come gobbe sulla loro schiena,
Byronico piede deforme o miltonica cecità,
Mania clinica, dipsosomatica
Furia e vertigini. Alcuni sfruttano questa
Intima sensazione di fastidio, un momento
Sfigurato ormai inconoscibile, noesi
Immaginata. Ma Tommaseo ridacchiava.

Era questa la sua deformità. Chi legge
Niccolò Tommaseo? Quando le spine della satira
Incoronano la virtù, è chi fa satira che sanguina
Nota dopo nota a fondopagina. Nessuno piange
Sedicenti critici o quei poeti che cercano la fama
Ignorando il dolore, tenendo in gran considerazione
"credibilità", "prestazione", il plauso
Gelosamente custodito nelle feroci, superficiali fanfarone

Perfezioni della normalità, il "politically correct"
Anticipazione del ben anticipato.
Leopardi, poeta dalla nascita
Davvero gravemente colpito, infelice e solo,
Bambino di biblioteca, aristocratico, scavasti a fondo
Nella tua deformità, come io scavo a fondo
Nella mia, come per scrivere a te, per essere
Fedele ai tuoi dolori, alla tua bruttezza, alla tua pena, per essere

Fedele all'arte della poesia sommersa
Nel suolo oltraggiato dei suoi affamati
Desideri nella sua puzza, nei suoi orrori e la sua sepolta
Umanità, il suo stato di esilio.
La mia anima è molto sporca. Lo era anche la tua.
Come quella di tutti, specialmente di chi
Si vanta che la sua è pulita, Leopardi, tu,
Semistorpio studioso di rose,

Lucciole, e la tua stessa spina dorsale, preziosa polvere, chiamo
Te varcando gli anni, dalla mia malattia
Con un buon giorno dei miei e tutti
I Migliori Saluti dal tuo attempato apprendista.
Grande spirito, ometto - la tua voce continua a cantare
Nella sua enciclopedica solitudine,
Intelletto lirico, da leggersi quando l'alba
Scorre sulle tende con tutta la sua energia.

Per "purificare l'anima"… Più un tentativo
Di addolcire il mondo che di purificare
L'animo, qualsiasi cosa sia. Poesia esente
Da teologie di sorta. Il suo grido lirico
Grida che l'io è sagace, mondano, dolente,
Peculiare, ed egoista, ma buono.
Non c'è molto di nuovo in questo. Tutto è come prima -
Cantò intelletto e sentimento, verso dopo verso

All'unisono con la vita, amore per la vita e temperamento,
La verità e la sua poesia nell'accordo
La vita colpisce con dire musicale, come un profumo
Che sale dal suono di ogni parola chiara
In un'eccentrica armonia, un vero
Suono-del-Chi, deviazione-del-sé, nocciolo-del-problema
Essenza-di poeta, Odore-del-Chi, l'"Io", il "Tu",
La loro immersione nel senso e nella pietà

Che una poesia crea per il mondo in cui viviamo.
Quando una luna piena traccia autostrade di luce sull'
Ampio, potente Tay, i miei poeti sono loquaci.
Spiriti ancestrali, lunari, segrete
"Spie di Dio", certo, ascolto il notturno
L'opaco, sensuale blu d'estuario, e ascolto
Gli eccetera della migliore poesia, legittima
Lingua - Rilke, voi, Milton, e Shakespeare,

Keats, Byron, Browning, Auden, Burns, e così
Sono mantenuto in salute da voci sognanti, lune,
E l'eco delle stelle, e il passero che dorme,
Api senza ronzio nascoste nelle arnie, un solitario
Riflesso di una stella versata nella sua coppa
Come un medicinale, e il senso di un'arte
Che dice che il suo scopo è quello di elevare l'anima
Allietandoci, e spezzandoci il cuore.




Se solo


Fu un momento di lambrette
Sulla Eastwoodmains Road, dove stavo in piedi
Sotto un laburno, aspettando lei.

Ricchi rampolli sfrecciavano sulle loro auto
E io avevo appena staccato dal lavoro in biblioteca.
Erano le otto di sera e il quartiere riluceva di agiatezza.

Tenevo l'impermeabile sul braccio e mi sentivo stupido
Perché non ero motorizzato o in scarpe da tennis,
Non guadagnavo 5 $ a settimana facendo il turno di notte.

Polvere sul pavimento mista a
Petali caduti e rifiuti. Un'ape mi ronzò
Nell'orecchio, un giallo interludio.

Fu un momento di rondini e luce del tramonto
Sul tetto del Tennis Club, un momento
Popolato da auto sportive e risentimento.

La mia mente era emigrata lontano in poetici rancori
E sprofondava nel panico e nella musica delle foglie -
"Cosa farò? Qual è il mio futuro?"

E lei corse verso di me, accaldata dal tennis.
Non potevo crederci. Ero così felice.
Credevo che avrei dovuto aspettare all'infinito

O finché un poliziotto non mi avesse cacciato.
Penso di essere ancora là, a infestare un marciapiede.
Se solo avessi saputo allora quello che ancora non so.




Tu


Non ci crederai. Forse sei troppo prosaica
          Per cedere a una poetica pena,
Ma il tuo sorriso (quando sorridi), i tuoi occhi, il tuo naso
          Sono troppo belli per la prosa.

Non crederci, mia cara, se non vuoi
          Una poesia, anche lei, può essere un mucchio di bugie.
Ma se non vuoi, io tornerò indietro a perseguitarti.
          Ti sarà difficile esorcizzarmi.




Meditazione nativa


A mezzanotte in salotto, luci spente,
TV spenta, nell'aroma della luce di un ceppo
Con una larga goccia cristallizzata, è più che sufficiente
Per prolungare l'oscurità di una notte filosofica,
Osservo come il legno diventa cenere
In un fuoco invernale. Una fiamma energica,
Che cresce e che muore, domestico rumore
Emesso nella luce del focolare, parla d'amore e vergogna,
Un lirico e solitario governo di pensiero
E poesia, la maledizione della cultura,
Albatro del lavoro, quest'amaro sorso nativo
Che è un liquido grido ancestrale
Da acque termali fatte nel punto più bello dell'anno -
Questa fiamma di focolare cresce e non vuole morire.

 

DUNN Douglas, nasce nel 1942 a Inchinnan nel Refrewshire. Lavora come bibliotecario in Gran Bretagna e negli Stati Uniti fino al 1971, quando decide di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura.
Nel 1969 pubblica la sua prima raccolta poetica, Terry Street, che riceve lo Scottish Arts Council Book Award e il Somerset Maugham Award. Nel 1985 pubblica la raccolta di racconti Secret Villages e la sua sesta raccolta di poesie, Elegies, premiata con il Withbread Book of the Year. In seguito riceve il Geoffrey Faber Memorial Prize, lo Hawthornden Prize e il Cholmondeley Award.
Tra le pubblicazioni più recenti ricordiamo la raccolta di racconti Boyfriends and Girlfriends (1995) e le tre raccolte poetiche The Donkey's Ears (2000), The Year's Afternoon (2000) e New Selected Poems 1964-2000 (2002).
Dunn ha inoltre curato diverse antologie e raccolte di saggi, ha scritto numerosi pezzi per radio e televisione e tradotto l'Andromaca di Racine (1990).

 

 

Chiara De Luca si è laureata presso l'Università di Lingue e letterature straniere di Pisa con una tesi di traduzione di due romanzi dello scrittore austriaco Ernst Weiß. Nel 2001 ha frequentato a Firenze la Scuola europea di traduzione di Magda Olivetti, nel 2002 il Master in traduzione letteraria per l'editoria dell'Università di Bologna. Sta ultimando un dottorato in Letterature europee all'Università di Bologna, con un lavoro sull'opera giovanile di R. M. Rilke, insegna italiano a stranieri all'Università di Parma e alla Leitmotiv-London School di Parma, collabora con l'editore Crocetti di Milano.
Ha tradotto le raccolte poetiche La vie promise di Guy Goffette (Gedit, Bologna 2004) e Manhandling the Deity di John Deane (di prossima pubblicazione).
Una scelta di poesie dalla sua prima raccolta poetica, per custodire l'amore, (Bologna, 2004) è stata pubblicata sulla rivista "Poesia" (luglio-agosto 2004).

 

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