La poesia italiana fa schifo di Giuseppe Genna, 7apr03

 

Secondo me, la poesia italiana contemporanea, fa schifo. E' priva di rivelazioni, di mondo, di ritmi e forme, di accensioni, di capacità di penetrazione dell'umano fuori dell'umano e dell'umano interno all'umano. E' priva di idee, di spinta passionale e conoscitiva, di strutture, di capacità di stare all'altezza della narrativa. E' priva di autori, di menti, di saperi, di capacità di connettere i saperi al mondo e alla letteratura. E' priva di intensità, di slancio fisico e di ambizione metafisica. E' totalmente priva di sapienzialità, sia essa laica o spiritualista. E' priva di spirito. E' desertificata, annichilita dall'evenienza editoriale, che non è mai stato un problema per la poesia. E' irriconoscibile, morta alle orecchie, meno morta della critica ma certo più morta della prosa. Non è letteraria e non è vitale. Non è centrale. Fa schifo. A parte alcune eccezioni, i poeti italiani sono l'allucinazione di una nostalgia senza riflessi nel mondo.

Sono serio e non scherzo: non esiste più, la poesia italiana. Possiamo scendere al di sotto di certe soglie di rigore (un rigore che, se è, è totale: non filologico o scientista) e dire che è tutto bello, è tutto vero, c'è speranza, i poeti cosiddetti degli anni Settanta lasciano intravvedere, eccetera. Questo è plausibile, finché si sta facendo divulgazione culturale. Quando però si invocano le ragioni serie e assolute per determinare fino a che punto una scrittura poetica sia necessaria (e sia necessaria la sua pubblicazione, cioè la sua messa in comune), allora si deve elevare quella soglia del rigore - e dire davvero cosa resta. Beninteso: sarà sgradevole, sarà saccente, sarà odioso. Qui intervengo: non divulgo né dico le mie impressioni. Le recensioni che appaiono in questa sede non sono atti critici. Questa non è una recensione: è uno sguardo del tutto personale sul presente della nostra poesia.
Parto da un
commento di aladar alle poesie di Milo De Angelis: "Considerando le sole antologie di poeti che ora vanno fra i 50 e i 60 anni (molte delle quali uscite per gli oscar mondadori: Maurizio Cucchi, Luciano Erba, Vivian Lamarque, Cesare Viviani, ad esempio), si ha un bel numero di volumi assimilabili a veri e propri 'romanzi concentrati', con tanto di prefazione ad illustrarli". Conosco e apprezzo aladar, quindi egli non me ne vorrà se prendo le mosse da questa sua considerazione, che non condivido assolutamente. Ecco perché: col cavolo ci troviamo davanti a 'romanzi concentrati'!

Il signor Luciano Erba, personaggio ineffabilmente ineffabile, non ha mai pensato a strutturare la propria opera: non c'è un libro - non dico una sequenza di libri - strutturato secondo canoni di una ritmica fondamentale, oltretestuale. Zero. C'è il divertimento, metricamente per nulla innovativo e risaputissimo, di versicoli in forma di meccanica spiritosaggine. Lo stesso dicasi per Vivian Lamarque, che non sto nemmeno a considerare poetessa nonostante le copie vendute.

Lo stesso dicasi per Cesare Viviani, i cui enfatici passaggi da sperimentalismi petrarcheschi a poemesse parainduiste e neoheideggeriane potrebbero piacere sul piano della divulgazione letteraria, ma non su quello del rigore assoluto.

Maurizio Cucchi? Su questo piano del rigore, è autore soltanto del primo libro, Il disperso: dopodiché risulta disperso, non pervenuto.
Oh, sto parlando di gente che conosco personalmente e che si incazza tantissimo se gli si dice in faccia: guarda, la tua poesia è fantastica rispetto alla scena attuale, ma è inesistente rispetto alla tradizione poetica. La tradizione poetica è esattamente il rigore che invoco: chi avanzasse dubbi rispetto a questa ambigua invocazione, rifletta su come si crea una tradizione letteraria e mi troverà proprio lì, a quell'altrettanto ambiguo incrocio.
Posso continuare ad libitum e quasi ad infinitum, rispetto alla generazione 50/60 (generazione diciamo editoriale, più che anagrafica). Il contributo di Giancarlo Majorino? Irrisorio, inutile da un punto di vista poetico, sociale, politico, critico. Certo, rispetto ai suoi "coetanei", un'ottima poesia: che non passerà però alla storia della letteratura. Giovanni Raboni? Arriva fino a Nel grave sogno e poi precipita, e sicuramente non ha la stazza né europea né mondiale per imporsi quale poeta ragguardevole. Per stare sempre sul terreno accidentato del rigore, si intenda: o Wallace Stevens o niente.
Adesso dico chi si salva, secondo me - siamo sempre nel cerchio dell'opinione personale. Si salva
Andrea Zanzotto, tra i viventi: che è un genio a mio parere non del tutto compreso da chi lo glorifica, criticamente ridotto a un ammasso di strutture metriche innovativo/tradizionali e luoghi comuni banalissimi di matrice psicoterapica. Qui il problema è davvero il corollario critico che gente come Stefano Agosti, peraltro ammirabile nell'acribia con cui esercita la sua prospettiva personale, stende come nebula intorno a un testo. Un testo che non è parole e rimandi: bensì un insieme di forze e potenze. Si veda, per favore, il continuo riferimento radiofonico e/o catodico nella poesia di Zanzotto, per comprendere che questo genio, la chiave di comprensione primaria, già ce la dà dentro il testo. Quanto agli atteggiamenti formalistico/strutturalisti, ci si rivolga in maniera un po' più esclusiva agli apparati retorici - intendo quelli al di fuori di una banale considerazione di cosa sia lo stile. La retorica è persuasione: quindi, anzitutto, si incominci a ragionare meno formalmente (ammesso che lo si faccia, perché bisogna anche capire che cosa diavolo ha in testa un critico formalista quando pensa di percepire le forme) e si inizi un'opera di incursione nell'emotivo puro, che si definisce attraverso le coordinate di coscienza, psiche, storia. Non lo si sa fare? E' un lavoraccio che sembra non presentare canoni rigorosi? Beh, non lo si faccia, allora. Quando spunterà qualche critico che sia in grando di manovrare i necessari saperi che servono a un'operazione simile, si passerà di grado nella percezione accademica e fintopubblica del testo poetico (e del poeta; del poeta; del poeta; non si sa più come dirlo: del poeta - non del suo cadavere).
Scendiamo da Zanzotto? Scendiamo. E scavalchiamo un'epoca già almanaccata nella storia della letteratura. Zanzotto ci entra prepotentemente per la trilogia, soprattutto, superando l'almanaccatura de La beltà. Zanzotto si mangia a colazione l'epoca che intendo ora: che è un anno: che è il 1976 e dintorni. E' il perno dell'ultima plausibile storicizzazione in àmbito poetico italiano. Entrano i giovani! Evviva: penetra anche in poesia l'ideologia dei giovani!, mercé un fraintendimento grottesco dell'idea di "generazione". Evviva! Entrano in tre, secondo me: Cucchi, De Angelis e Magrelli. Certo, in quel momento siamo pieni di buona, ottima poesia: ma Dario Bellezza non è affatto Wallace Stevens, nonostante i gusti personali. Dei tre nomi fatti, chi resiste? Secondo me (secondo me, secondo me, secondo me), non Maurizio Cucchi: che adoro come poeta, mi piace tantissimo, lo studio da anni - e nonostante ciò non mi sentirei di proporre per il Nobel della letteratura. Il disperso svolge un ruolo apicale nei confronti della prosa, della narrativa di genere che esce dai generi, nell'uscita dal paradigma culturale psicoanalitico. Ma questa è tutta materia per i critici a venire, visto che a nessuno, per ora, viene in mente di affermare che Il disperso è un noir dilatato e infinito. Eh, sai, c'è ancora questa percezione fintopubblica che un conto è la poesia e un conto è il noir. E meno male che c'è, perché nessuno può davvero pensare di ragionare criticamente intorno a Pinketts.

Capitolo Magrelli: aspettiamo a vedere cosa farà. Per adesso vive in uno stato limbico. Ora serrata era un testo che faceva innalzare l'acume percettivo rispetto a un intento strutturale e ritmico esorbitante il libro in sé: ma i testi successivi hanno tradito proprio questa percezione dell'opera poetica di Valerio Magrelli.

Milo De Angelis: secondo me c'è, resta, resterà. Morto Zanzotto, lo candiderei davvero seriamente al Nobel per la letteratura. Certo, di mezzo ci sono stati gli scandali degli Ottanta, i processi per versi rubati, le polemiche aspre, il silenzio, un ritorno che ai più è sembrato incomprensibile perché Milo tornava con la stessa identica poesia (talvolta gli stessi versi) con cui ci aveva lasciato, non maturando, non innovando se stesso - così si diceva negli ambienti che contano in poesia. Il che significa: non si è capito quasi niente della poesia di De Angelis. Come, del resto, uno degli intellettuali più internazionali e profondi di cui disponiamo in questo tempo, che è Eraldo Affinati, ribadiva nella sua concentratissima e splendida postfazione all'antologia donzelliana Dove eravamo già stati. Il discorso critico sulla poesia di Milo esige saperi e atteggiamenti che non sono in questo momento a disposizione dei critici operanti sulla nostra scena. Questi che, di neuroscienze, sanno al massimo qualche principio da Bacio Perugina, non possono accostarsi alla superficie della poesia di De Angelis: e si tratta soltanto della superficie, poiché non siamo di fronte a una poesia riconducibile in toto ad alcuna prospettiva, né disciplinare né istintuale né di gusto. Certo che viene da ridere se, a questa altezza della mia vita, ancora mi tocca sentire, quale obiezione principale e fondamentalismo scettico nei confronti dell'autore di Somiglianze, che Milo non scrive bene. Vadano affanculo quelli che scrivono bene: tanto non va affanculo nessuno, tranquilli, non c'è nessuno che scriva bene.

Oggi. Oggi, sempre secondo me, come si diceva nei temini di seconda elementare, secondo me la poesia italiana è viva, viva e potentissima, e in termini di rigore altissimo, grazie all'opera di tre autori. Che sono, lo ripeto per l'ennesima volta: Antonio Riccardi, Stefano Dal Bianco e Mario Benedetti. E' assolutamente necessario (e di questo si devono rendere conto i narratori e i saggisti: si devono svegliare, rispetto a questa necessità) che si incominci subito un'opera di mappatura critica dei libri scritti e/o pubblicati da questi tre poeti. Perché è necessario? Perché c'è un'occasione di entrare in una fase di autostoricizzazione della letteratura, che ci mette in connessione immediata con l'universo di potenze compresso in ciò che si dice tradizione letteraria. Passa di qui, a mio parere, la chance residua per ricostruire un nucleo di società culturale. E se dico "chance residua" intendo: residua per il nostro tempo.
Sui poeti degli anni Settanta, che considero interessanti, trovo che ci sia poco da dire: e non per le poche o nulle occasioni di pubblicazione (è una favola, questa, che sia necessario pubblicare nello Specchio Mondadori o nella bianca Einaudi: siamo, quanto a editoria poetica, in un periodo simile agli anni Venti: perfino un libro autoprodotto può risultare significativo). Il motivo è che si tratta di una poesia vivescente, che ancora non ha formulato un'ipotesi concreta e rigorosa di codici di lettura alternativi. Per cui l'impressione generale che se ne può trarre è quella di un gran marasma, contraddistinto dalla voglia di sfondare pareti e spazi costrittivi - ma non si capisce bene quali pareti e quali spazi costrittivi. E, soprattutto, sfondare in quale direzione. C'è l'assunzione di un coraggio che è vitale per una letteratura: quello di sbagliare. La polifonicità è garantita, se si legge la poesia di quelli nati nei Settanta. E' la voce che non lo è affatto. E certo non ci sono esordienti della stazza di Magrelli o De Angelis.
Tutto molto veloce e molto personale e magari anche poco meditato. Ma non importa: questo è un intervento che non tende a esortare alla lettura, bensì vuole, da un'angolatura individualissima, osservare l'esistito e l'esistente, con gli svantaggi ovvi di tempo e spazio di pubblicazione. Per cui, avendo invocato la sede critica, è ovvio che devo rimangiarmi l'invocazione stessa: questo non è un ragionamento critico tanto quanto non è un intervento giornalistico o divulgativo.

 

(Giuseppe Genna, da Società delle Menti)