Antonio Curcetti, Poesie del linguaggio corrente, Ed. Lithos, Como 2004 (con tre fotografie di Livio Bramani).

 

Ponendo esclusivamente attenzione al destino claustrale dell’io narrante curcettiano, viene in mente l’incipit del gioco dell’oca sanguinetiano, aperto da un soggetto limbale che, abitando la "sua grande bara… al buio", sfoglia - come fossero immagini di catalogo - natura, storia e identità, polverizzandole. E tuttavia, a differenza del poeta ligure, Curcetti non traveste la nauseante condizione dei viventi nella tarda modernità con l’immaginario pop degli anni sessanta, né sente alcun fascino per gli esercizi asettici ed inventariali dell’école du regard; per lui, la grande bara è uno spazio reale, angusto e paludoso, un invalicabile orizzonte dal quale "dare la caccia" a se stesso, pur sapendosi (o credendosi) "merce /di poco o nessun conto". Perduta la possibilità di incontrare autenticamente il mondo, dissoltosi oramai in una miriade di simulacri vanamente ordinati, l’io curcettiano, nevroticamente disperato, s’attorciglia dunque su se stesso come in un gorgo, per scrivere versi simili a "sterili ceste" dove ammucchiare "ogni cosa… / … in silenzio", versi insomma dove il simbolico e l’immaginativo, come scrive Tiziano Salari nella nota, sono scomparsi, per lasciare "l’io diviso / … al punto di partenza", là dove crudeltà e deserto sono di casa.

In tale prospettiva, l’armonica macchina incantatoria del ‘poetico’, che tradizionalmente salva la miseria dei giorni nella grandiosità dello stile, non ha più ragion d’essere, suonando come moneta falsa. Curcetti lo aveva già certificato in Reduci da un bel nulla ("… nessun canto / retrospettivo è possibile") pur lasciando in esso discreto spazio alla forza mitopoietica del desiderio e alla tenuta percussiva del discorso; Poesie del linguaggio corrente invece, indebolendo le soluzioni stilistiche che informavano il libro precedente, non riesce a fare a meno di scoperchiare autobiograficamente la bara, per mostrarne gli umori ed i brandelli di carne sparsi qua e là. In questo senso, pur custodendo la matrice dolente e maudit dei maestri ispiratori (Baudelaire, Artaud, Benn, ma anche poeti italiani come Adriano Spatola e Giacomo Bergamini), l’ultimo Curcetti talvolta li svuota della loro capacità di mantenere aperta la figura, di lasciarla oscillare fecondamente nel linguaggio, trascinando così l’io e il mondo in un giogo davvero altro. L’effetto è appunto il prosciugamento del ‘poetico’, per un dire scoperto, nudo e perciò stesso indifeso, che svela l’in fieri e l’autoreferenzialità del proprio ellittico argomentare. E tuttavia (e per fortuna) questa chiusura introspettiva non è radicale: custodendo infatti (e forse senza volerlo) la forza immaginifica dello stile, i migliori testi attuali rifondano la relazione con il lettore a partire dal terreno fertile della lingua "corrente" - anziché dalla condivisione a monte di un giudizio ideologicamente negativo sul mondo - dando così necessità al verso, di nuovo capace di mantenersi in una salutare estraneazione, senza mortificarsi nell’urgenza autobiografica. Ne è un esempio la lirica d’apertura, dove l’incontro con l’altro si fa molteplicità vagamente ostile ma non demoniaca e comunque governata dall’impermanenza, in un movimento di macchina caro alla cinematografia di Jim Jarmusch: "Auscultando qualcosa / simile al pianto del bambino, / al lamento di un gatto; / il vento si porta via l’uno e l’altro / oltre le palpebre chiuse, / assieme alle foglie emaciate, / ai fagotti di plastica. / Altre voci sgraziate, / quando il giorno sopravviene, / soffiano attraverso le finestre, / fra le chiome degli alberi; / poi si allontanano nella / generale conversazione".

 

Stefano Guglielmin

 

 

--- diritti riservati, mag 2004 ---