Tommaso Landolfi: Una lettera "inedita" °

a cura di Santi Spadaro

 

 

Stamattina presto sono stato svegliato da un improvviso fracasso alla mia porta che per poco non la buttava giù. Mi sono affacciato alla finestra credendo di vedere qualche ariete o carro armato o ladro talmente spavaldo e stupido da non prendere alcuna delle usuali precauzioni sul tempo e modo di eseguire un furto. Ma niente di tutto questo, anzi, niente di niente. Mi ero già rassegnato ad aprire la dispensa in cerca del barattolo di caffè, credendo si trattasse soltanto di un rumoretto, un innocuo tonfo amplificato dal meraviglioso imbuto del sonno, quando mi accorsi di una strana luce alla finestra, la quale certo non era nuova, e che tuttavia non avevo notato prima, forse a causa dello stordimento. Mi affacciai di nuovo e vidi una specie di cartoccio debolmente incandescente, che andai immantinente a ricuperare. Non riuscendo ad identificare la materia di cui era composto, esclusi l'ipotesi di uno scherzo, e cominciai a congetturare che si potesse trattare di un meteorite: su di esso era accartocciato qualcosa di molto simile a un foglio, a parte il fatto che aveva una consistenza alquanto molliccia, quasi quanto una guancia di bimbo, ma nonostante questo era bianco, e non rubizzo, come da una guancia di bimbo uno si aspetterebbe. Bianco avorio, carta purissima, se escludiamo alcune piccole bruciature la cui grandezza andava da qualche lettera a piccoli gruppi di parole, e che non credo opportuno attribuire all'attrito con l'atmosfera, il quale avrebbe piuttosto dovuto incenerirlo. E appunto il suo contenuto era ancora -con mia somma sorpresa- leggibile, e, previa qualche innocua interpolazione (che indicherò come di consueto in parentesi quadre), pubblicabile su una rivista a chiaro indirizzo filologico come la presente.

Caro Cornacchia,
io non la conosco che da poco, ma lei credo non sia la prima volta che si imbatta nel mio nome: nel
paese dove 'l sì sona vi è ancora qualche traccia della mia opera, grazie
anche a un'antologia dei miei scritti curata da uno scribacchino il cui
unico merito è stato quello di aver saputo
[usare dove] conveniva la parola
"pesceduovo". Ebbene, echi dei suoi gracchi sono giunti anche quassù, dove
uccelli neri e simili non si può certo dire siano ben visti (a parte un
certo Merlo piemontese cui, assieme a un distinto accompagnatore dal cognome
molto simile al mio, è data piena licenza di
[svolazzare] per queste calli),
e devo dire non mi dispiacciono affatto: li trovo sì ancora, in fieri, ma
non privi di spunti luminosi. E allora dico ma perché vuole rovinare tutto
usando quell'orrenda parola, ah, la pelle mi si accappona al solo leggere
quella viscido barbarismo, neanche mi ritrovassi faccia a faccia con le mie
vecchie labrene: ma insomma, dico, con tutte le alternative che il buon
vecchio Zingarelli ci propone: "vecchio", "anziano", o al massimo "canuto",
Anche perché, mio buon amico, ogni qual volta lei usa uno di quei
barbarismi, una specie di sirena, in tutto simile a quelle che annunciavano
i bombardamenti durante la guerra, mi richiama dal tavolo da gioco per
ristabilire l'ordine. Stavolta mi sono preso la briga di scriverle, perché,
proprio nel momento in cui venivo richiamato alla mia occasionale
occupazione, che invero di questi ultimi tempi è quasi diventata un lavoro
a tempo pieno, si era verificata una combinazione di dieci zéro, la quale
ero già riuscito a sfruttare parzialmente con profitto, e desideravo
portare a termine, dato che queste fortune non è che proprio accadano tutti
i giorni, e se accadono lo fanno in una maniera oserei dire "eclatante",
almeno nel mondo di sotto. Ora, lei mi potrà ribattere che io, disponendo
di un tempo infinito, per la legge dei grandi numeri (che qui dovrebbe
valere nella sua forma più strettamente analitica), portando avanti lo
stesso gioco, dovrei alla fine (ma è improprio qui parlare di "fine) essere

[rimborsato]. Ma in verità le dirò, che essendo praticamente infinite le
violazioni del nostro lessico, comincio a dubitare di queste mie
osservazioni (e mi limito a chiamarle in tale maniera per non far storcere
il naso a mio nipote). Ho sì chiesto a
[Pietro] di coprirmi, ma lei sa bene
che di Pietro non c'è da fidarsi, almeno prima che il gallo canti, e poi ha
anche lui le sue beghe ad oliare cancelli, porte e simili. Dunque, cerchi
di comprendermi, scusi la rozzezza di queste mie righe e mi saluti tutta
la redazione: il vecchio pierrot, che già conobbi ai tempi di Letteratura,
il cinghiale di cui apprezzai la vena moralistica non priva di spunti giocosi,
il filosofo con cui si filosofeggiava sul lungarno ai bei tempi andati, e, naturalmente, mio nipote.

Attendendo una risposta dal fondo manoscritti Tommaso Landolfi e da sua figlia Idolina, la quale ci dovrà senz'altro chiarire l'identita del "nipote" cui si fa riferimento nel testo, credo sia opportuno informare i lettori che Giuseppe Cornacchia ha negli ultimi tempi aumentato oltremisura il ricorso a prestiti dalla lingua inglese. Quanto alla bizzarra dislocazione della missiva, che avrebbe dovuto piuttosto essere reperita dalle parti di Foggia, credo sia attribuibile ai casuali spostamenti dell'ingegnere, più imprevedibili di quelli della pallina (che in questo caso oltre ad avere occhi ha pure orecchie, naso, bocca (ciarliera) e pure un certo acume) i quali hanno evidentemente confuso anche un giocatore esperto come Landolfi.


Santi Spadaro
(già Disordinario di Fantaletteratura alla Libera Università di Atlantide)

 

° Sebbene è evidente che Tommaso Landolfi non sia l'autore di questo scritto, credo che la sola probabilità che abbia potuto scriverlo, di sicuro ben maggiore di quella che avrebbe il sottoscritto di riflettere in alcuno dei suoi scarabocchi la grandezza delle pagine landolfiane, sia sufficiente ad attribuirgliela, alla stessa maniera in cui sarebbe sconveniente disconoscere al Poeta Ernesto de "La Dea Cieca e Veggente" la paternità dell'"Infinito" di Leopardi. Se qualcuno poi voglia rilevare in questo un tentativo di infangare la fama del grande scrittore con scritti spuri di dubbia qualità, mi riconosca almeno lo sforzo di avere voluto dotare il Landolfi di una preveggenza (nell'anticipare il volo degli uccelli, più che nel trarre conclusioni da esso) che certo, almeno in materia di roulette, egli non ebbe. (N.d.C.)

 

 

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