Laura Pugno, due poesie inedite e un racconto da "Sleepwalking", 2002, Sironi Editore
(E./1)
non è la stessa lingua che parli
(E./2)
più avanti, se la lingua è condivisa, quella
Per gentile concessione di Sironi Editore, un racconto da "Sleepwalking", di Laura Pugno, 2002, Sironi Editore, collana indicativo presente
i cani
Prima di entrare nella neve che è fuori, Catia guarda i due, Esmé di spalle e l’uomo che è venuto con lei, Ian, seduti al tavolo grande di legno nella sala del rifugio mentre fanno colazione a metà mattina; porta il latte riscaldato, il caffè diluito con acqua bollente, il pane, burro e marmellata e tagliando il pane si ferisce. Non è un taglio profondo ma pensa che sarà meglio fasciarsi, anche se le darà fastidio farsi vedere così, tanto non sa la loro lingua e anche se parlano perfettamente inglese non serve a niente perché è lei a non capire. Catia non lavora lì ma quando è ospite dà una mano con gli altri, visto che lei non paga e può restare quanto vuole. Il rifugio è di suo padre, che starà via una settimana, è anche meglio, pensa Catia; adesso ci sono solo loro due. Non ha ancora capito bene da dove vengano, ma non dall’Inghilterra anche se devono averci vissuto, perché è da lì che hanno portato i cani; non potrebbero rientrare se non dopo una quarantena, quindi. La stagione è stata di poca neve ma verrà adesso, le ha detto suo padre, subito; come tre anni prima quando il rifugio è stato quasi coperto e lui è rimasto bloccato. Catia pensa improvvisamente che suo padre è scappato all’avvicinarsi della neve, di quella neve che potrebbe cadere di colpo e imprigionarla, ma è solo la sua paura.
Esmé è incinta, è al terzo mese, quasi non si vede. Ian non si occupa dei cani, è Esmé che li porta nella neve verso dove si fa sci di fondo, anche poco prima del buio; quando Catia è nella vasca riscaldata della piscina con le vetrate sulle piste da sci vede Esmé con la neve alta quasi nel fuoripista, la sua figura da lontano è nera e le due bestie dietro. Catia ha paura dei cani di Esmé che hanno un pelo folto e sembrano incroci di lupo, è come per lei se potessero di colpo rinselvatichire, tornare nel bosco, sente che conoscono adesso quella zona, la terra più molle o ghiacciata, i punti in cui meglio accovacciarsi o il battuto intorno al rifugio, gli occhi che bevono la luce nera del buio; esce dalla vasca ed entra in sauna. Lì fa ancora più caldo, si toglie il costume bagnato, il sopra e il sotto nero da nuotatrice. Ian entra, lo vede da dietro il vetro della cabina di legno; lascia l’accappatoio di spugna bianca sui ganci della parete, si tuffa con una grandissima grazia. Subito Catia ha voglia di uscire dalla sauna nuda perché lui la guardi.
Spogliandosi nella sua stanza, prima di dormire Catia trova che ha dietro le caviglie, dove l’interno delle scarpe da neve preme sulla pelle, delle piccole vesciche dolorose. Si riveste e va in cucina, le fora con un ago passato sopra il fuoco perché non infetti, ne esce un liquido trasparente, mette un cerotto color carne. Seduta in cucina sotto l’odore della cena sente che nel rifugio c’è un altro odore, leggero, come quello di una spezia mista con altre, riesce a percepirlo anche dopo molto che è rientrata. Sa che sono le erbe che suo padre ha portato dai viaggi e che ha messo a seccare un po’ dappertutto, su garze spesse stese su piccole doghe di legno e poi nei recipienti di vetro della dispensa per erboristeria e condimento, sono foglie e semi, radici nere, ma le sembra lo stesso che sia l’odore di Esmé da quando c’è lei, che rimane nelle stanze anche quando è fuori o è già salita a letto. Ian non ha odore invece, il caldo rende la traccia di spezie più forte e quando Catia vede Esmé, appena sveglia, con occhi molto assonnati, chinandosi per versarle l’acqua minerale e il latte cerca di sentire la sua pelle, i capelli corti scoprono il collo lasciato libero dalla giacca da sci. Esmé parlava con suo padre più che con Ian, pensa Catia, e solo da quando suo padre è partito è diventata così silenziosa. Non hanno avuto tempo di essere amanti, lei è arrivata al rifugio già incinta, pensa a Ian, vede Esmé lasciare il divano e salire le scale, di sopra lui sta già dormendo. Si alza e va alla madia di legno, dentro ci sono i recipienti di vetro con le etichette, l’odore è più forte e confuso e Catia lo respira.
Esmé ha gli zigomi larghi, la bocca molto carnosa e morbida, i capelli nero liquerizia come lana nera. Sta disegnando, è un ritratto di Catia che le dà uno sguardo, poi riabbassa gli occhi, si vergogna. Esmé le fa segno di stare ancora ferma e Catia rimane immobile. Pensa che potrebbe entrare nella loro stanza, se Ian non c’è e lei è da sola, prendere il pettine e passarlo sulla sua nuca e tra le piccole ciocche intricate tenendole ferma la testa. Esmé ha finito, sorride e sfuma il tratto sul foglio con le dita: è somigliante, ha una strana bellezza. Catia guarda il ritratto e ringrazia, meglio che vada, dice, Esmé sembra comunque capire anche se non conosce la sua lingua. Entra Ian e passa delicatamente le dita sul disegno, anche lui sorridendo con occhi uguali, ma Catia ha già lasciato la stanza. Quella stessa sera Esmé si perde prima che faccia buio, Catia e Ian la cercano con la macchina e le torce ma ritroverà da sola la strada con i due cani, è già vicina al rifugio quando la vedono puntandole addosso gli abbaglianti. Scendono insieme, Catia e Ian, vanno verso di lei che sta ridendo e li abbraccia insieme.
I cani di Esmé stanno in una baracca poco fuori dal rifugio per il freddo, il giorno dopo è Catia a portar loro da mangiare e la aggrediscono, prima che Esmé, che si è sentita male per una specie di debolezza, sia scesa per le urla e li fermi, fanno in tempo a coprirla di morsi. Ian è via con la macchina. Esmé aiuta Catia a lavarsi, che pensa che non c’è il rischio della rabbia perché hanno portato i cani dall’Inghilterra. Le mette una polvere che secca e disinfetta le ferite e gliele fascia. Quando Ian torna Catia non potrà essere portata dal medico perché la neve da quella notte cade incessante. Le viene la febbre, Esmé le porta mentre è a letto mandarini freddi, glieli sbuccia con i pezzetti di scorza che cadono su lenzuola e coperte. Catia si passa la lingua su gengive e palato assaporando a occhi chiusi. Lei ha dei piccoli stivali neri, glieli guarda. Vuole seguirla fuori. Esmé slega i cani, lascia aperta la porta della baracca. Ian che torna con la macchina la vede senza dire niente. Catia guarda Ian, dalla finestra. La sera lui verrà nella sua stanza ma Catia è inesperta. È stata solo con un ragazzo al liceo, ha fatto l’amore in macchina ma ha smesso quasi subito per paura di restare incinta. Ian le fa vedere cosa deve fare e Catia ripete esattamente. Ian non le entra dentro, la bacia e viene nella sua bocca ma è sufficiente. Quando Ian è andato via Catia si toglie le fasciature e fa una doccia nel box di vetro con l’acqua caldissima, le fa male sulle ferite. Ha tirato su i capelli per non bagnarli. Esmé entra mentre Catia è ancora nel box doccia, si siede sul letto. Quando Catia esce la aiuta a rifare le fasciature e ad asciugarsi, la febbre le è salita più alta. La neve sommergerà il rifugio per quattro giorni.
(Laura Pugno, 2002-3, diritti riservati)