Gianmario Lucini
Il pepe dell'ingegnere
Giuseppe Cornacchia (alias Beppe Co, pseudonimo prontamente dismesso dal nostro poeta quando in un incidente aereo alcuni anni or sono morirono due militari, uno dei quali si chiamava Giuseppe Co), Beppe Co, dicevo, è mio amico. Qualcuno dirà che non istà bene iniziare così una critica: troppo partigiana sarà la critica, e sia. Ma in questi tempi di trasformismi, di volemose ben che guadagnemo tuti, di tartufi e di politici al lifting, meglio sempre cercare la mitica onestà intellettuale, che se c'è vien fuori anche fra amici e al diavolo il resto.
Cornacchia se ne esce nel settembre dello sfigatissimo 2003 - l'anno più nero che io ricordi in politica internazionale e nazionale - con questo libricino che non parla di torri gemelle, non parla di morti, non evoca catastrofi e sembra fluire in un alveo tutto suo, indifferente. Al che, da buoni parrucconi navigati nel sociale si potrebbe dire: ma come, costui proprio vive in un altro mondo. Da buon parruccone cerco di darmi una risposta. In effetti l'ingegnere (neoingegner mio amico Beppe) naviga in un mondo tutto suo, un mondo dove "non valgono fatti né costi", in un "modo di dire le cose / senza parole inutili" che egli chiama poesia "(mi dice Wittgenstein / filosofia"); un mondo che però è molto meno a sé stante di come potrebbe sembrare senza perde per nulla di vista "l'altro" mondo, quello delle schifezze e delle guerre ("Ridete in vece di guerra!"), quello ridanciano e godereccio dell'edonismo crasso e decerebrato. La poesia di Cornacchia è dunque, prima di tutto, il tentativo di creare un altro punto-di-vista-sul-mondo, proprio a partire dal rifiuto del mondo stesso che noi definiremmo "reale" ma che, a ben vedere, è pura follia - e la follia, dobbiamo convenirne, non è propriamente la "realtà" ma il suo stravolgimento.
E l'ingegnere ci mette del pepe in questo, della foga, a volte dichiarata come nell'ultima sezione del libricino che si intitola Duemila e dove si legge: "Io rido di tutti e non temo / se provate a toccarmi / vi ammazzo uno per uno, / casa per casa / vi stacco la testa a pedate / e ci gioco a pallone". Chiaro no? Statevene nel vostro mondo - che ormai non merita più neppure un tentativo di recupero - purché non veniate a rompere nel mio mondo.
Certo, il sociologo delle "sensibilità" giovanili e lo psicologo sociale avrebbero molte cose da dire su un simile atteggiamento, magari rischiando di farsi staccare la testa a pedate, ma a noi non interessa molto questo aspetto, ma piuttosto di verificare se il libretto può essere "poesia", come in più punti vuole e reclama, o no.
Nella prima sezione, che da il titolo al volumetto, troviamo il "vero" Cornacchia, quello che parla di se stesso, che è molto diverso da quello irato e beffardo che appare nell'ultima sezione. Il tono dei brevi frammenti è improntato a un'umanità e a un senso etico che a mio avviso stanno fra il mistico-religioso e il laico: insomma, Cornacchia è un poeta che si alimenta saldamente della poesia tradizionale, con una rigorosa selezione, e accetta di essa e prosegue la vena più libera dagli schemi della cultura e più aperta all'integrazione con la natura. Il linguaggio è assolutamente privo di ogni artificio, colloquiale, semplice e preciso, in una ricerca insieme di rigore stilistico e di antiletterarietà. Non manca anche il gusto per la musicalità del verso e l'equilibrio della fonìa, ma mai a scapito di una certa "naturalezza" del dire, e sempre senza artificio letterario.
Con questo non voglio dire che il tono sia serio o imbronciato: anzi, l'ironia è - da sempre - una delle caratteristiche principali della poesia beppiana: ma non si tratta dell'ironia da compitino o da esercizio poetico "moderno" che a volte capita di subire: qui il "tono" è una sapiente alchimia fra gioco, malinconia, una certa vena "sapienziale", a volte la sterzata improvvisa e paradossale. Un qualcosa di molto raffinato e, direi, di intelligente, perché chi scrive così ha le sinapsi sveglie e veloci nel cogliere l'aspetto paradossale della realtà.
Seguono poi due sezioni (le più corpose della pubblicazione) nelle quali il poeta fa parlare due donne, cerca di entrare nella loro psicologia e di riflettere come rifletterebbe una donna. E perché questo? Io credo che la risposta stia nel primo ordine di considerazioni che ho avanzato, e sia relativa - in qualche modo collegata - al "rifiuto" di cui ho detto sopra. La scelta di far parlare il "femminile", che in questo caso è il femminile dello stesso poeta, rappresenta "l'altro" mondo, la sensibilità scotomizzata da "questo" mondo (la poesia?). Se è così, come io credo, Cornacchia è il primo autore maschio che ha osato avventurarsi su questo terreno "dal di dentro" per così dire, il primo autore maschio che riconosce e dà voce al suo femminile nel senso pieno del termine. Certo, il femminile, questo "altro" scotomizzato, non è cosa nuova in letteratura: basti pensare all'Antigone di Sofocle o alla Medea di Euripide e così via fino ai grandi personaggi della narrativa moderna dalla Karenina alla Bovary ecc. ecc. Ma non si sente in queste opere la consapevolezza dell'autore di far parlare il "suo" femminile, così come lo si intravede in questi versi. E' così o stravedo?
Lo sia o non lo sia, questo a me pare. E pertanto non mi soffermo neppure a indagare i risultati di questa poesia dai punti di vista soliti dell'analisi (il linguaggio, le figure letterarie, la metrica e bla e bla - aspetti che peraltro mi sembrano ben curati e molto più convincenti che nelle prime poesie di Cornacchia che ho letto nel 2000). C'è del pepe insomma in questo libretto, ci sono delle idee, c'è materia sulla quale riflettere anche in ordine a una poetica personale, e questo mi pare sia un qualcosa di molto importante, il valore concreto del libro.
E a proposito di valore, se ci riferiamo al prezzo, va notata la scelta editoriale: volumetto di 32 pagine, formato minimo, prezzo contenutissimo (€ 2,50). Anche qui, mi pare, la scelta indica una chiara volontà polemica: non c'è bisogno di uccidere piante, spendere danari, inserirsi in quella logica della "industria culturale" di adorniana memoria per scrivere e pubblicare: ho qui un prodotto semplice ma dignitoso, dove l'attenzione è orientata al contenuto più che alla forma. E' una scelta coraggiosa, di rottura, che mi sento di sottoscrivere.
Poesie da "ALADAR"
Dalla sezione ALADAR
Dalla sezione SERENA FESCE
Mia mamma somiglia a mia nonna,
Io gioco a pallavolo.
Ragazzo timido e sincero
Che cerchi madre e moglie
Non io, non Cecilia Gallerani
Del mio cuore. Io voglio un uomo
Che sappia ragionare col mio Dio
E tu, presunto amore
Sei solo un uomo solo.
*
Gli uomini parlano e si gonfiano
Noi donne facciamo fatti
E loro se ne accorgono.
Qualcuno ha paura, qualcuno mena,
Molti sono buoni. Ma tutti parlano.
Ora dico: ma che volete?
Non basta essere qui al riparo
Dalle cose brutte di città?
Oh, scherzo, ma non capisco
Cosa non va. Volete dirmelo?
Non a parole, non a parole.
*
Betsabea e non Lilith, che donna saggia
Sto per diventare. Che donna?
Lascio il miele nelle unghie del piede,
Questo piede bellissimo, perfetto,
Che ogni uomo vorrebbe adorare,
E le caviglie, i polpacci,
E le cosce ancora lisce,
E la borraccia e l'otre,
E i miei due pomi silvestri
E il petto stimmato, la gola
Le braccia, il mio polso e le mani
E questa bocca uruganesca
Che va al cervo e passa per gl'occhi.
Dalla sezione ANNA P.
Mi piace giocare
e sempre m'innamoro
di nuovo. Di te.
Io sono una farfalla
non leggiadra
un po' sgraziata
non vedo da un occhio
e sono sfortunata.
*
Ricordo quella sera noi due soli
nel tuo letto senza parole
e poi quel giorno al mare
quando camminavo nelle onde
fino a scomparire. Ancora
ritorno nei tuoi sogni e quell'amore
in te risuona mentre vedono
la parte rimasta con me.
--- diritti riservati, gennaio 2004 ---