Sei poesie
Creature a fior di labbra
piovono, questa sera,
come un lungo grigioscuro soliloquio.
Soltanto un tavolo, lo vedi,
ci divide, una carezza sugli zigomi del niente
arriverebbe a te, comunque… sempre…
le case non sono più nemmeno l’ombra:
stanno lì esanimi, senza morte…
… i fiori colorati con cui dividi quattro sillabe
i fiori che domani lascerò nelle tue mani:
non li vediamo più, ma li vendiamo…
… sono colori per le labbra e pentolami da asciugare,
mani che si sfiorano per prendere un bicchiere…
… quanta Germania scovo nei tuoi occhi spalancati…
… quanta Germania si nasconde…
… e malattie.. e primavere..
**
Di’ che queste strade
dove io cammino
hanno già detto tutto,
che solo i nomi rimangono scolpiti,
che quella sillaba stampata a morte
lì dove tu non vedi niente,
di’ che quella sillaba è tutto,
che, dove muore, l’umano si estingue.
**
Dirti e non dirti,
non dirti niente,
esserti - nei giorni
i pochi giorni dell’inferno -
esserti vita pesante
per la mia sopravvivenza leggera.
**
Io credo che la notte,
esista a Parigi più che in ogni altro luogo,
così come una nuova solitudine
esiste in me e in te
come in nessun altro.
**
<<Ogni giorno attribuisco minor valore all’intelligenza>>
Marcel Proust
<<Viva la virile intesa
delle amazzoni, limpida congiura!
[...]
ti tornerà alla mente
la mano mia senza diritti.
Le labbra - senza preventivi.
Le braccia - senza pretese.
Gli occhi - senza palpebre,
protesi - nel vivo!>>
Marina Cvetaeva
La tua è una giovinezza illuminata,
piovono carezze di lavanda e gelsomino,
ti cadono addosso come fiori di cristallo,
come voci sottili sopravvissute alla disfatta.
Quand’è che la realtà mi ha spalancato le palpebre?
Ha lasciato la morte qui davanti,
una mano ci ha raccolti in un incontro solenne,
dentro un amore lacedemone e boschivo.
Da lì in poi tutto è stato pienamente se stesso,
tutto portava il suo corpo
come una veste di lino,
la voce della città ha scritto una sentenza
dentro il silenzio dei tuoi occhi sbarrati.
Afferro gli arnesi del mio sgomento,
delle mie giornate ricurve e dolorose,
oggi vi traspare il tuo intelletto sperperato:
la geniale creatura che ti indossa.
Ho creduto che le cose scivolassero su di noi
nella maniera esatta delle verità naturali,
nel cuore dei libri e delle mie scritture,
del luogo maledetto dove fiorisce la sciagura,
dove la mano di Dio afferra il figlio
e lo decapita,
lì, avvolta in un foulard di foschia,
sei albeggiata con passo preciso,
in cuore il muto ticchettio dell’impiccato.
L’odore della bellezza e della gioventù
si è steso come una trama di voci imprecise
sulla tua nuca spartana e sottile.
Il tuo corpo di femmina è nato
all’ombra dell’arma deposta.
Il mio sguardo si è raccolto in preghiera
per la tua Giovanna d’Arco che brucia
e mulina via la bianca guerriera:
la femmina percorsa dal terrore e dalla virtù.
Ed è rimasto un orecchio teso
alle mie quotidiane parole d’addio:
buonanotte, buonanotte gioventù.
**
Saltare, saltare, saltare:
imperativo perenne,
suona come l’annuncio di un vita.
Il tuo doppio nome,
la mia doppia vita,
il doppio volto
delle mie creature ambigue,
la notte e il giorno della verità:
io penso ad un bambino che sprofonda
ed ai suoi stessi occhi
che in disparte, come vedove,
si appostano, lo vedono che cade.
Saltare, saltare, saltare:
infinito passato e moribondo,
ora sdoppiata di questo mezzo cuore
---diritti riservati, ottobre 2003---