Monkey market, estratto da un racconto inedito di Alessandra Bruni

 

Mi misi in viaggio di prima mattina. Io e la mia borsa nera Aquitaine. Aquitaine mi seguiva dovunque. La adoravo. Oltrepassai il gasdotto, i cilindri gialli dell'inceneritore e quelli, verdi, della Colabeton, poco oltre l'anello della circonvallazione. Osservai la Città che lasciavo. Sembrava un gigantesco occhio scintillante o un lungo pesce disegnato con tratti essenziali. Nell’atmosfera tremolava il velo leggero del petrolio. Si sarebbero presto dimenticati di me come si erano dimenticati di tutto quanto il resto. In un certo senso, lo speravo.

Rimasi impantanata con la macchina lungo una strada molto malridotta. (Fuori, non c’erano più strade se si escludono le piste attrezzate mantenute in efficienza dal Governo). Presi Aquitaine e continuai a piedi. Mi sedetti su un grosso sasso ai bordi della strada e cacciai fuori il pollice, un vecchio gesto arcaico che significava fermati che avevo imparato al corso di Scienza Comportamentale. La ragazza che mi tirò su si chiamava GianLuna. Era alta, magra, con un volto tibetano dagli zigomi alti e due occhi marroni leggermente a mandorla. Mi propose di rimanere da lei per la notte. Non abitava lontano. Accettai. Quando arrivammo a casa, si sfilò gli stivaletti di gomma sporchi di fango. Io avevo le mani congelate e mi avvicinai alla stufa accesa.

La mattina dopo facemmo un giro nei dintorni dove si estendeva una zona archeologica importante. Oltrepassammo uno scavo abbandonato: un pavimento a mosaico che raffigurava due cervi, maschio e femmina, a grandezza naturale. Mi ricordai che avevo visto un pavimento simile nell’atrio di una banca. Glielo dissi. E mentre glielo dicevo mi ricordai della strada dove l‘avevo visto, una lucida strada di banche e altri uffici del genere, con atrii in marmo, eleganti tavole calde per impiegati, sportelli da cui prelevare denaro, telefoni con credit card. Sì, niente di umano in quella strada. Mi ero ritrovata lì, una sera. Ricordo che citofonai alla Creativa che abitava nei dintorni e che lei era impegnata in una scopata con un tipo che aveva conosciuto il giorno stesso durante la pausa pranzo. Non so perché le raccontai queste cose. Erano ricordi sparsi di vita. Ogni tanto affioravano alla mente come iceberg sulla superficie del mare. Scavalcammo un guardrail divelto e ci trovammo dentro un antico centro commerciale che sembrava la carcassa di un grande animale morto. Mi raccontò che quello era un reperto prezioso perché c’erano ancora tutte le merci intatte, là dentro. Fuori, nel parcheggio, i carrelli baluginavano nella luce della mattina come ossa di elefanti morti e c’ erano delle barrette nere con su scritto Cliente Successivo tutt’ intorno. Ci fermammo un attimo ai bordi del parcheggio. Mi raccontò che un tempo faceva la guida turistica di tutta questa zona… "Era sempre pieno di turisti…tedeschi, americani perlopiù…" ma ormai non veniva più nessuno e presto anche lei avrebbe dovuto andarsene. Non c'era più alcuna autorità che soprintendesse alla gestione dell'area e tutte le comunicazioni erano interrotte.

Nel silenzio udimmo delle grida stridule e poi tutto uno stormo si levò in volo. Alzai la testa per seguirlo con lo sguardo e vidi sopra un cielo blu profondissimo e sfolgorante dove mi sembrò di annegare all’ incontrario.

Tutt’intorno si stendeva la campagna all’infinito: un mare. Il cielo era basso sopra la strada che sembrava salirvi verso. C’era vento e un cane di nome Valerio di proprietà di quelli del bar ristoro dove ci fermammo per un drink. Pensai, per la prima volta, che era bello essere partita. Ci sedemmo fuori del bar. Anche quello del bar disse la stessa cosa che aveva detto lei, che un tempo era pieno di turisti soprattutto tedeschi o americani…molto amanti di queste zone…Ritornando, facemmo la stessa strada e pensai alle ossa dei carrelli morti. Lei non parlava. Non era che, in realtà, ci fosse molto da dire. Eravamo sul baratro di un mondo estinto tutt’ e due e già il nostro stesso esserci sembrava un miracolo. Si guardò una mano e mi parlò di un fatto recente di cronaca, di uno a cui avevano fatto un trapianto di mano; mi disse: ma tu ti faresti mai mettere la mano di un altro? Il solo pensiero mi inorridiva. Ero sempre stata contraria a qualsiasi forma di manipolazione del mio corpo e non avevo mai nemmeno lontanamente pensato alla possibilità di interventi estetici chirurgici. In Cupola era normale ma cos’era che in Cupola non era normale? Suonò il cellulare. Era la creativa, appena arrivata in ufficio. "Dove sei? Quando torni? E' da due giorni che ti cerco… " Mi chiese l' elenco delle password che, fortunatamente, ricordavo a memoria. Mi rimproverò che non le avevo detto che partivo e perché avrei dovuto farlo? Lei non mi raccontava mai niente di sé o, se lo faceva, aveva sempre un secondo fine. Avevo impiegato trentacinque anni per accorgermi cos’erano gli altri e, quando me ne ero accorta, non avevo voluto crederci. Mi detti della stupida non so quante volte. L’errore era chiaro: si trattava di sopravvalutazione ma tant’è avevo anch’io i miei problemi. Così, mi accompagnò alla mia macchina e infilammo nel serbatoio un po’ di benzina che avevamo portato in una tanica. Mi disse anche dove avrei potuto fermarmi nel raggio dei prossimi trecento chilometri, fece una mappa della zona, mi disse dei nomi. La ringraziai e prima di salutarci definitivamente facemmo un tratto di strada insieme fino all’incrocio per quella che, in tempi andati, sarebbe stata Tbilisi. Girai a destra e mi arrivò un forte odore di gomma bruciata. Lo sentivo nel palato e nella gola come una Halls Mentho Liptus.

 

 

(maggio 2003; Alessandra Bruni, pistoiese, ha scritto un libro di racconti)