Quattro atmosfere di guerra senza guerra

di Martino Baldi

(dal suo blog letterario "marziller", feb-mar 2004)

 

 

 

Campagna d'inverno

        Le condizioni atmosferiche frenano la campagna d'inverno. Pioggia e gelo, fango e neve, venti freddissimi da ognidove. L'avanzata è ostacolata anche dalla disarmonia all'interno dei corpi in marcia. Il morale delle truppe è basso quanto mai. Il condottiero Moctezuma IV passa le giornate nel suo ufficio da campo, ripiegato su se stesso a contare le perdite per condizioni disagevoli e fuoco amico. E a meditare sui perché, senza trovare risposta. Non parla quasi con nessuno. Non ordina nemmeno più che gli vengano consegnati i pasti. Dei nemici nessuna traccia: solo terre abbandonate, resti di pire gigantesche in cui si riconoscono brandelli bruciacchiati di bambole di pezza o pelouche, vento, vento, vento. E un orizzonte piatto, bianco e lontano, interrotto solo da cumuli di neve e fango.

 

 

Il condottiero nel suo labirinto

        Moctezuma IV non mangia da giorni, eppure non è sfiorato dall'appetito o dalla debolezza. Si nutre di invisibili pollini dell'aria. I suoi pensieri hanno preso la forma del labirinto, in cui si inseguono senza incontrarsi nomi di donne, amici, nemici, sogni, ricordi, dolori, interrogativi, suoni. Gli giungono voci dal nulla. Voci che hanno un nome ma non hanno un volto. Sente i sogni stringersi intorno alle proprie ginocchia, carezzargli i capelli, graffiargli la schiena con unghie laccate, mentre tiene il capo reclinato appoggiato sulla mano destra. Da uno scorcio della tenda da campo scruta con placida e terribile perplessità l'orizzonte. Terra e cielo non si distinguono. Ciò che vede è finalmente ciò che ha da sempre pensato: cielo e terra, come passato e presente, realtà e immaginazione, sono una cosa sola. I suoi cani, da qualche parte, stanno abbaiando al nulla del vento, riconoscendovi il suo sguardo e la sua intonazione come lui riconosce i loro guaiti nelle sventagliate di neve del deserto. Tutto intorno alla tenda, per l'intero accampamento, strani animali piumati che si direbbero incroci tra anatre e avvoltoi starnazzano liberamente. I soldati si stringono intorno ai falò e tra di loro, riscaldati dall'alcool e sprofondati nell'assenzio. Il suo attendente controlla che le ubriacature non degenerino in risse; sta da parte, dentro e fuori dal gruppo, un po' uomo e un po' animale, mentre con una lama riscaldata sul fuoco prepara la punta agli spiedi, in attesa che i cacciatori tornino dalla battuta. Le sentinelle sono pronte al cambio della guardia. Moctezuma IV getta un ultimo sguardo ai suoi uomini e a tutto il cerchio dell'orizzonte, quindi accosta nuovamente i lembi della tenda per tornare a inseguirsi dentro di sé. Sembra impossibile che quel poco di luce di questo giorno, uguale a tutti gli altri, si debba a quella palla chiara che si intravede dietro la foschia e nessuno potrebbe dire con certezza se sia sole o luna o chissà quale gelido maleficio.

 

 

Il viaggio per mare

        Tutto è normale. Il vento soffia, gli schiavi remano, il condottiero conduce. Il sole trafigge il mare con sottili ferite argentate. Onde leggere suonano una danza marina percuotendo lo scafo. Al crepuscolo l'orizzone si infiora, all'aurora il cielo si infarina. L'imbarcazione imperiale, preceduta e seguita in pari numero dalle altre navi della flotta, è in mare aperto da giorni e giorni: il Mare Grande, di cui non si conoscono i confini. Quando esposto al sole, quando al riparo del cassero, Moctezuma IV osserva il tempo. Parla in segreto il suo silenzio agli astri, nascosti oltre la luce, e alla creature che popolano le azzurre infinità. Non ha parole per gli uomini che sul ponte ingannano il tempo con scherzi volgari. Non ha parole per la loro cupidigia e per la loro nostalgia, priva di ogni interesse. Pensa solo che, fra tante cose mute, niente è più muto dell'uomo che crede di parlare. Osserva che, fra tante cose immobili, niente è più immobile dell'uomo che crede di avanzare. Capisce d'aver raggiunto un punto dell'universo in cui, ovunque si rivolga lo sguardo, a dritta o a babordo, da poppa o da prua, il panorama è lo stesso: cambia solo la scia della nave. E la posizione del sole. Che è come un vulcano irraggiungibile. L'unico sguardo che veda qualcosa è uno sguardo verticale, verso l'impossibile.
Avverte tutto questo e si sente piccolo e sperduto, ma segretamente prezioso, come il foro impercettibile della punta di un ago, bagnato col sangue del poeta, su una pagina qualsiasi e ignota del poema.

 

 

I giorni senza guerra e senza amore

        Passate ormai innumerevoli notti di fin troppo indisturbata quiete, il condottiero Moctezuma IV si scoprì a riflettere sul significato di tanta pace. Il suo regno non era segnato ormai da lungi da guerre né le sue notti da amori. All'orizzonte, scrutabile a perdita d'occhio, non si profilava né una sagoma, né un'ombra, né un volo d'uccello buono per trarne auspici. Domandò agli dei, ovvero profondamente a se stesso, per quale ragione gli fosse riservato un così lungo destino di immobilità, quale fosse il senso di un condottiero senza luoghi in cui condurre i suoi eserciti. Proprio mentre era intento in questi pensieri, nel sereno perfetto del cielo, di fronte ai suoi occhi, prese forma una piccola nube come dal niente e, in un intervallo di pochi battiti di cuore, come nel niente scomparve. Sentì farsi forte nell'aria il profumo di fiori, capelli, oggetti e luoghi che abitavano la sua memoria. Allora abbassò lo sguardo prima tutt'intorno e poi sui suoi uomini. Infine lo rivolse alle sue mani piccole e armoniose, ai suoi palmi aperti verso l'alto, su cui riversò silenziosamente dolci e dense lacrime di comprensione.

 

 

 

 

--- diritti riservati, aprile 2004 ---