Oltre la soglia della poesia

 

 

Come ci si è imbastarditi a forza di ruminare! Ora il minus è vis. Si assiste da dietro il paesaggio, dal di fuori al doppio: è quello che accade, davanti ai nostri occhi.

Il canone di fronte, lo si mangia, lo si mira; nulla può esser lasciato, costretti a tener tutto: buttare via la parola del nunc dal nunc. Sfigurata la normalità, lenita la brillantezza della separazione.

 

Nel campo del collasso a ruminare, nel campo di una letteratura in minore, senza armi, disarmati.

 

E nonostante tutto: penso si debbano mitigare le attese – proprio sperando che l’inchiostro della pilot non finisca - , dunque forzare gli eccessi e i limiti di un testo, entrare negli interstizi, porre in atto una verace filologia del delitto, camminare all’indietro come i gamberi, trovare l’ovvio. La verità.

 

Non è tutto uguale come si crede. Possiamo inventariare sui personaggi, tuttavia una sfocatura essenziale sussiste, una luce quasi pedestre nel prendere di qua e di là balza all’occhio. E’ luce però, non opera.

 

La minuzia è piena di fango, e di luce. Bisognerebbe esercitarsi spesso su minuzie e spie, ai confini fra percezione e concettualizzazione; darsi la possibilità di relazioni. L’opera è piena di fango, e di colore.

 

Laddove il metodo non è sospeso, non c’è fuga né avanzamento. Incominciamo a “fare attenzione”.

 

(2002 - la proprietà letteraria di questo pezzo è di Angelo Rendo)