POLITICA, SCIENZA… E BUON SENSO
Per una società autocritica

di Giuseppe Rossino

 

Da più parti si lamenta il declino del Parlamento quale centro di formazione della volontà, così come la perdita del potere di intervento statale nei confronti della sfera pubblica, sentita come sempre più invadente e vischiosa. Ma la democrazia, si sa, non è un dato di fatto o uno stato immobile, piuttosto una questione di gradi, un processo. Mi chiedo, allora, se il maggior interesse partecipativo dei cittadini non possa essere il frutto, paradossalmente, dei successi più che degli insuccessi della politica; se tale interesse, appunto, non sia la conseguenza logica dell’affermazione dei diritti civili, come graduale sviluppo di una democrazia che tende alla sua piena realizzazione.

A me sembra che nella società industriale tradizionale (l’ossimoro è solo apparente) il potere politico, lungi dall’essere governo espressivo della volontà di tutti, ha assunto la veste di gestore del "senso delle cose" e di garante dello sviluppo tecno-scientifico.

Al cittadino è stata concessa solo una parte delle sue competenze decisionali, quella riguardante la scelta dei rappresentanti politici. Un’altra parte gli è stata spudoratamente sottratta e affidata alla libertà di ricerca della scienza e alla libertà di investimento delle imprese. Era poi compito dello Stato imporre, in modo più o meno autoritario, le decisioni prese in ambito scientifico e imprenditoriale, cosa che spesso ha fatto senza troppe difficoltà. Fede nel progresso, piena occupazione e crescita dei consumi sono stati, infatti, ingredienti particolarmente azzeccati di una ricetta che ha ottenuto il consenso popolare necessario: contestare l’ideologia della crescita perpetua sarebbe passato a destra come segno di catastrofismo e a sinistra come segno di ostilità al progresso.

Ciò significa, in altre parole, che l’affermazione del sistema democratico parlamentare è stata accompagnata, come rovescio della medaglia, da un processo non democratico, legittimato dal "progresso", ma senza una reale possibilità di intervento da parte del cittadino (e qui sta, a mio avviso, il tradizionalismo intrinseco alla società industriale).

Passata l’euforia dei "miracoli economici" nazionali pare che molti di questi presupposti siano cominciati a venir meno. Si è raggiunta una certa consapevolezza del fatto che i cambiamenti più importanti nella società sono dovuti più all’applicazione di microelettronica, genetica, tecnologia nucleare, e via dicendo, che ai dibattiti parlamentari, in cui al massimo si vota sull’eventuale sostegno alle nuove tecnologie e non sul loro sviluppo. Ma non basta: ad "aggravare" la situazione una sempre più diffusa demistificazione della razionalità scientifica da parte dell’opinione pubblica. È ormai chiaro che ci troviamo a dover fronteggiare, come sottoprodotto della modernizzazione, rischi dalle conseguenze imprevedibili (pericoli ambientali e nucleari, risorse sempre più scarse, nuove malattie, organismi geneticamente modificati…); rischi che potrebbero mettere a repentaglio i fondamenti stessi della vita, ma a cui i vari scienziati, tra analisi e controanalisi, danno interpretazioni divergenti, a volte contrastanti.

Di chi fidarsi e, soprattutto, a chi affidarsi allora? S’innesta il sospetto che coloro che dovrebbero garantire il benessere pubblico forse sono gli stessi che in realtà lo mettono in pericolo. È inevitabile che oggi la gente assuma un crescente tono di diffidenza nei confronti delle istituzioni che ne fanno da supporto (basti pensare agli elettori fluttuanti). Tali istituzioni, infatti, non reggono il confronto con una dinamica di valori che pone l’accento più sulla "qualità" che sulla "quantità": ciò che oggi ci si chiede è non tanto, o non solo, quanto dobbiamo avere, piuttosto come vogliamo vivere - se vogliamo vivere. (D'altronde, sia imprenditori che sindacati non sono forse stati portatori di una mentalità tendente ad equiparare progresso tecno-scientifico a progresso sociale, benessere economico a consenso sociale?).

È, quindi, altrettanto inevitabile che la direzione dello sviluppo tecno-scientifico diventi oggetto di discussione e necessiti di legittimazione pubblica, acquisendo una nuova dimensione etica e politica. I processi decisionali non possono più essere concepiti come imposizione di un modello prestabilito, devono essere necessariamente decentrati ed intesi come "agire collettivo", come interazione di diversi soggetti, trasversale rispetto a gerarchie e responsabilità formalmente fissate.

Questa "virata" verso l’idea di "comunità" non intende per nulla aprire all’esortazione o all’esaltazione dell’uso della violenza come mezzo di pressione, o, peggio ancora, della violenza fine a se stessa: dovrebbero interessarci più i modi che le mode. Penso, infatti, che una cooperazione effettiva, per potersi realizzare, debba essere affiancata da un processo di autocritica che coinvolga tutti i settori della società: dal sistema politico tradizionalmente inteso a quei movimenti di protesta tendenti più all’insolenza che all’"effettualità"; dall’irresponsabilità di scienza ed economia all’inerzia dei cittadini, al loro "tiriamo a campare".

Si deve prendere atto che, dopo il collasso dell’ordine a tutti i livelli (globale, nazionale, istituzionale, ambientale), la società è in cerca di nuovi equilibri. Non è tanto uno specifico sistema politico-economico ad entrare in crisi, quanto il suo principio ispiratore, il sistema di valori che ne costituisce l’ossatura; ma, essendo i principi politici ed economici legati alle norme culturali vigenti, se queste ultime mutano, anche i primi non possono che mutare.

Giuseppe Rossino

 

"Pino" Rossino, ragazzo alto, magro e col pizzetto, è nato a Scicli(Rg) nel 1977. Laureando in Storia, è un profanatore di tombe, nonchè necrofago.




--- diritti riservati, feb 2004 ---