POSSONO I POETI S/PARLARE DI POESIA? – DIALOGHI POST.RICCIONE
C’è una strisciante presenza mediatica sui poeti trentenni; non costituiscono al momento merce di consumo e non importa se lo diventeranno ma, voglio dire, li si stimola troppo a parlare di poesia e "produrre", garantire ogni mese motivo di attenzione. Non è ancora chiaro l’essenziale: i più avvertiti tra noi sono liberi dal bisogno.
<corvoredazionale>
Il poeta comune viene da una ricca colazione con altri poeti comuni, quando incontra lungo la via un poeta non-comune. I poeti comuni hanno amabilmente conversato delle lettere, senza disdegnare le pietanze, il vino, e l’amicizia soprattutto. Il poeta non-comune viene da una notte insonne, solo, nella propria stanza, a soffrire sui versi e il male di vivere. Il poeta non-comune guarda con sospetto e alterigia l’aria satolla del poeta comune, che lo saluta con una punta di gaiezza:
– Buongiorno, amico mio.
– Buongiorno.
– È davvero una chiara giornata.
Il poeta non-comune si limita ad annuire, senza trasporto. Ma il poeta comune non vuole perdere l’occasione e incalza:
– Della stessa chiarezza che si vorrebbe in poesia, non trovi?
Il poeta non-comune vorrebbe lasciar perdere, è stanco e di pessimo umore. Forse vorrebbe rispondere che il cuore della poesia è di tenebra, che c’è solo lo scintillare d’occasioni, miracoli. Ma non ha voglia, di discutere, di replicare ai luoghi comuni con altre banalità. Fa cenno di andarsene salutando, ma il poeta comune lo provoca con malizia:
– Amico mio, abbiamo da fare tanta strada, ora che è finito il Novecento…
Il poeta non-comune esita, poi decide di congedarlo con una risposta che non lascia repliche:
– La poesia non ha tempo.
Ma il poeta comune non desiste:
– Davvero? Ma almeno noi, noi poeti, sarai d’accordo, siamo nel tempo… e non ti pare che dovremmo unirci per cercare una via, ora che un’epoca si è chiusa?
– Non lo so.
– Sii sincero, non senti che oggi dobbiamo dire qualcosa?
Il poeta non-comune esita ancora, poi si lascia ad un tono oracolare (di cui avrà disgusto) e alzando una mano sentenzia:
– Dire? Io non so dove finisca il detto e cominci la fede. Anche l’indicibile fa parte del dicibile.
– E come si distinguono il dicibile dicibile e il dicibile indicibile, amico mio?
– Ah! Il dicibile indicibile può essere solo mostrato e non detto.
– Immagino che sia un po’ triviale chiedere di mostrarmelo.
– Sì.
Il poeta comune sorride e riprende a parlare lentamente, come se volesse blandirlo:
– Amico caro, vogliamo prenderci cura del nostro tempo, di ciò che è ora e qui.
– La piattezza del presente non mi dice nulla, ve la lascio.
– Ma una poetica della presenza si fa anche qui, nel nostro discorso, ora…
– Preferirei essere altrove, a fare altre cose.
– Dunque devo pensare che se noi ci reputiamo dei poeti presenti tu ti reputi un poeta assente?
– Non mi reputo niente. Siete voi che reputate.
– Ma non capisci che stiamo scrivendo un’altra pagina…
– Per carità… lasciate perdere questa retorica, questo ecumenismo: cosa volete da me che non ho niente, davvero niente, da dirvi?
Con il procedere del dialogo, il poeta non-comune svela il suo tono più perfido, mentre il poeta comune insiste accalorato:
– Pensa ad una pesca! La poesia presente è una pesca profumata, soda, colta dall’albero. Quella assente, intellettuale e solitaria, è una pesca sciroppata, a bagno nel barattolo, grondante di sciroppo…
– Anche una donna è meglio dal vivo. Se quello che dici fosse vero, dovremmo smettere di scrivere poesie d’amore?
– Ma è una posa, quella che noi contestiamo!
– Posa? Chi scrive non deve abbandonarsi, deve resistere. Ci vuole disciplina. Occorre diffidare di una verità non richiesta. O di pesche descritte invece che mangiate, se chi le descrive dichiara di esserne goloso. Tutti scriviamo in una forma. C’è solo una differenza: fra chi scrive senza pensare e chi scrive e pensa, criticandosi, interrogando. Voi da che parte state?
Il poeta comune, già accaldato dalle libagioni, perde la gaiezza e si accende di passione severa. Dichiara:
– Il poeta presente chiede giustizia, chiede di essere giudicato!
– Da chi?
– Dal mondo.
– Ah, giudicato dal mondo…
– Sì, certo!
– Bene, giudicato… e magari giustiziato, per il tradimento della tradizione?
– Noi, uccidendo i padri abbiamo reso loro il più grande onore.
– Vi è arrivata l’eredità?
– L’abbiamo devoluta al mondo, se non te ne sei accorto.
– Siete generosi. Ma voglio dirvi: siete voi a cercare una posa, fingete di aprirvi e vi chiudete… avete bisogno di un nemico… e se questo sono i padri, sospetto che abbiate un problema psicanalitico.
– I poeti comuni sono orfani e fratelli.
– Ma la poesia è solitudine. Non ci sono fratelli. Siamo soli e basta.
– Perché usi il plurale?
– Non fare il sofista. Io non sto con nessuno! Tutte le mode mi disgustano, della contaminazione, della purezza… È solo retorica. Abbiamo una sola cosa da fare: seguire la legge della nostra interiore necessità…
– Continui ad usare il plurale.
– Sai cosa ti dico? Se voi siete i poeti comuni, io non mi accontento di essere un poeta non-comune: voglio essere un poeta scomunicato! Senza battesimi e senza comunioni, senza doveri o diritti verso chissà chi!
– Ci vorrà qualcuno che possa scomunicarti…
Intanto, facendosi scuro, il poeta comune e il poeta non-comune si avviano verso casa, continuando a discutere. Più tardi, spezzando il pane in famiglia, il poeta comune si duole di non aver convinto il poeta non-comune ad unirsi ai poeti comuni. Mentre il poeta non-comune, nella sua stanza, solo, impreca alla giornata persa. Qualcuno che era stato ad ascoltarli un po’ in disparte, si dispiace: la loro casa non sarà mai la stessa… Anche se un altro che era accanto sorride: sono rimasti a parlare a lungo, e persino hanno fatto insieme una parte di strada, prima di rientrare nelle case e che la notte scendesse.
Giovanni Tuzet
Corro, non ti voglio perdonare. Perdere la vista, scrivere fitto fitto, perchè sono in una foresta: questo voglio fare. Degnamente corro, investito di gesti, parole, sovranamente. Arricchito mi fermo, ad un passo dal presepe, ciò che vedo è un sentiero poco avvolgente, rischiarato dalla luce parallela delle staffe su cui metto i piedi. Corro sul cavallo, mai salito sul cavallo. Eppure non trema la mia testa, non perdo il desiderio di rammollirmi sulle gambe, sono duro.
C'è qualcuno, c'è qualcuno! -grido.
Chi mi risponde se l'aria è troppo odorosa? Uno stagno si richiude presto, se arriva l'uomo.
Sento l'uomo, ha fame ma anche fastidio di arrivare, non posso tenerlo in gattabuia, nel fagotto.
Pisellino di sicuro ha già pensato al suo futuro se gli capitò di dire: "Quali poesie o chi ti è piaciuto stasera?" Le credenziali, ottime, stanno già per rompersi a questa domanda, il resto, sotto, è caduta anoressica.
Confesso di aver rubato l'anima, di averci almeno provato, a Bondi, è successo nel pingue momento della penetrazione - avvenuta in casa del Presidente dei Libri -, subita da me, io re, che, pur di non arrossire e dirmi inutile, me lo prendo dentro, lo coccolo.
Il Presidente fa proprio schifo, è un infame, se adopera questi mezzucci per infangare la carne giovane, e scacazzarla!! - grida Pelè.
Chiusura lampo, e pene incastrato.
Angelo Rendo
Se escludi il cibo, tutto è epifenomeno…
Il poeta grasso viene da una ricca colazione con altri poeti grassi, quando incontra lungo la via un poeta magro. I poeti grassi hanno fatto una levataccia stamattina, per unirsi a convegno e potere con tutta calma ingozzarsi di toast imburrati, uova, rognoni, carne di capretto bollita nel latte della madre, pajata e coda alla vaccinara, innaffiando il tutto col vino delle vigne venete, il latte della madre del capretto e disquisizioni sul nervo sciatico. Il poeta magro viene da una notte insonne, solo, nella propria stanza, a soffrire sui versi e il radicchio. Il poeta magro guarda con sospetto e alterigia l’aria satolla del poeta grasso, che lo saluta con una punta di gaiezza:
– Buongiorno, amico mio.
– Buongiorno.
– È davvero una bella giornata.
Il poeta magro lascia ondeggiare la testa in un paio di colpi che sembrano d’assenso. Ma il poeta grasso non vuole perdere l’occasione di una schermaglia digestiva e aperitiva, e incalza:
– Tanto più bella se penso all’amatriciana che mi aspetta a mezzogiorno.
Il poeta magro vorrebbe lasciar perdere: le calorie gli bastano appena per trascinarsi fino alla porta di casa. Forse vorrebbe rispondere che la poesia è ossuta, ha solo la polpa di qualche rara epifania, e il resto è grasso che la ottunde. Ma non ha voglia di lardellare inutilmente quel discorso già ipercalorico. Fa cenno di andarsene salutando, ma il poeta grasso lo provoca con malizia:
– Amico mio, manca un’ora a mezzogiorno: cosa bolle nella tua pentola?
Il poeta magro esita, poi decide di congelarlo con una risposta che resisterebbe ad ogni cottura:
– La poesia non ha stomaco.
Ma il poeta grasso affonda la forchetta:
– Davvero? Ma almeno noi, noi poeti, sarai d’accordo, ce l’abbiamo uno stomaco… e non ti pare che dovremmo unirci per cercare un’osteria, ora che il signorino comincia a brontolare?
– Non lo so.
– Suvvia, non c’è da vergognarsi… non senti che è tempo di mangiare?
Il poeta magro esita ancora, poi si lascia ad un tono oracolare di cui avrà disgusto (pur non avendo niente da vomitare) e alzando una mano sentenzia:
– Mangiare? Mio caro Ugo, io non so dove finisca il banchetto e cominci il suicidio.
– E come si distinguono, di grazia, il banchetto e il suicidio?
– Ah! Per capirlo bisogna morire.
– Quindi immagino che neanche tu lo abbia capito…
- E’ proprio quello che voglio dirti… ci tengo alla pelle!
- E alle ossa, immagino…
Il poeta grasso sorride, per quanto i lineamenti smussati dalla pinguedine glielo permettano, e riprende a parlare lentamente, ben sapendo che la cottura a fuoco basso ha molte virtù:
– Amico caro, vogliamo prenderci cura della nostra carne, senti che profumo: immagina una bella fiorentina alla brace…
– Sei pazzo?!?
- Ma anche solo un roastbeef nappato con una salsina speziata, via, ne servono uno eccellente in questo locale di fronte…
- Le salsine sono un’insidia per la dieta.
- Allora devi provare il cinghiale in umido che….
- No, no, guarda…
- Preferisci la cacciagione? Hai mai mangiato l’anatra?
- Mio dio! E’ grassissima!
- Certo che è grassa! Allora qual è il piacere? Vorresti carne di cornacchia, merlo o rondine?!? Ma se non gradisci la cacciagione, siamo sempre a Firenze… proprio da queste parti dev’esserci una bancarella col lampredotto…
- Preferirei essere a casa mia, a rosicchiare un sedano.
– Dunque devo pensare che se noi ci reputiamo dei poeti eruditi tu ti reputi un poeta roditore?
– Vuoi dire che mentre voi vi riempite la dispensa con le cibarie più prelibate io me ne sto a rimasticare il mio legno? Ma almeno lavoro, io!
Con il procedere del dialogo, il poeta magro svela il suo tono più perfido, mentre il poeta grasso insiste accalorato:
- Vedi, caro, se le tue abitudini alimentari agli occhi di un profano possono sembrare più sane delle mie, quelle letterarie non lo sono affatto: certo la materia prima è simile, ma mentre la tua poesia è piatta come un fiore di zucca crudo la mia, invece, ricca come uno fritto. Neanche il più sadico dei nutrizionisti ti imporrebbe di mangiarlo crudo, il fiori…
- "Il fiore", vorrai dire. Hai condimenticato le cose essenziali: la grammatica, i sapori…
- Tu mi sei maestro nell’arte del lapsus: "dimenticato", vorrai dire.
- No, no, hai capito bene: tutto quel burro, quell’olio fritto, poi… attento: se comincia a fumare, l’olio, è peggio del veleno!
- So bene l’arte di eseguire una corretta frittura: la consapevolezza è il primo requisito del buon gourmet. E’ il vostro minimalismo, la macrobiotica, la nouvelle cuisine che io contesto.
- Va’ a scocciare qualcun altro, allora: io non sono minimalista.
- E cosa sei?
- Lascia perdere…
- Avanti, sputa l’osso…
– Va bene, se proprio vuoi… il punto è che non bisogna ingozzarsi di retorica: si deve descrivere, e solo il necessario. Diffidare dai condimenti e limitare la cottura, per conservare vitamine e sali minerali. Bisogna restare in re… il minimalismo, il post-modernismo, l’avanguardia: tutte confezioncine buone per i supermercati. La vera differenza è una: fra chi scrive a bagnomaria e chi affoga l’oggetto nel burro. Voi da che parte state?
Il poeta grasso, un po’ confuso dalle correnti d’aria che gli vagano per lo stomaco, dichiara:
– Io non sono né ante, né in, né post, casomai postumo, come questo [burp]. Ma tu amico, sembri abusare di metafore, e non te ne accorgi. La tua magrezza è solo apparente.
– Magro lo sono come lo è la tua dialettica: vuoi toccarmi il costato?
– Non vorrei rischiare di tagliarmi.
– Io invece non saprei distinguere il tuo culo dalla tua faccia.
– E con ciò?
– Fingi di non intendere questa consunta metafora?
– Noi poeti grassi diffidiamo dai luoghi comuni. Lasciamo a voi poeti magri le insalatine incellofanate da bancone frigorifero.
– Bada a come parli! Non tocco lattuga che non nasca dal mio orticello. A voi invece la carne ve la porta il camion, nevvero?
– L’ultimo l’abbiamo dato in pasto ai cani, non ricordi?
– Che razza di generosità! Vedete: se mangiate è per sprecare, non per fame, né per gusto… la vostra carne è solo sfoggio di ascesa sociale… che ridicolo per un poeta, poi.
– I poeti grassi sono ricchi di povertà.
– Ma la poesia non è ricchezza o povertà: solo ascesi e ascesa mistica.
– La frusta mi rimbalzerebbe sul culo.
– Frusta autoironia. Non parlo di fruste né di cilici! Ogni strumento mi disgusta, di piacere o dolore… è solo retorica: il dolore è interiore…
– Dovresti provare il decotto di bucce limone. Funziona sempre.
- Sai cosa ti dico? Se voi siete i poeti grassi, io non mi accontento di essere un poeta magro: voglio essere un poeta magrello! Scavare nel corpo fino ad esaurirlo, senza più il paravento del minimalismo!
- Non ci riusciresti mai: non ne hai proprio, di corpo…
Intanto, facendosi scuro, il poeta grasso e il poeta magro si avviano verso casa, continuando a discutere. Più tardi, affondando il cucchiaio nel patè, il poeta grasso si duole di non aver convinto il poeta magro ad unirsi alla sua tavola. Mentre il poeta magro, nella sua stanza, si contorce nella posizione del loto davanti a un piatto di germogli di soja. Eppure c’è qualcuno che dice di aver visto a notte fonda il poeta magro avvicinare una macelleria con le braccia tese in avanti, e il poeta grasso in un’osteria rinunciare alla salama da sugo perché era già sazio dei tortelli di zucca. Lo dice un elegante poeta dai baffetti alla Clark Gable, né grasso, né magro, piuttosto in forma, anzi, che a volte si vede banchettare a bagnacauda con certi tipetti smilzi. O sono solo leggende metropolitane?
Santi Spadaro
Si ringrazia Giovanni Tuzet per avere fornito la materia prima e lo chef Martino Baldi per l’assistenza nella preparazione della Fiorentina.
---nabanassar, diritti riservati, ottobre 2003---