Come Noto *, in/un altro loco

di Angelo Rendo

 

 

I poetry slam, Scarpa, il rischio, Moresco

 

 

Tra intrattenimento e moralità

 

Significativamente due le tendenze della poesia in Italia, oggi: poesia del "fine settimana" e poesia del "rilevante"(di ciò che risponde ad una necessità).

Da una parte le gare, i campionati, i maestri di cerimonia. Lo spettacolo "autorizzato"(il "vero" spettacolo sta fuori, nelle strade)!

(Allora, mi immagino già le arie/aure dei presenti, degli assenti, degli assistenti, dei novelli omero/cantastorie/filosofi!)

(Ora, è vero che oggi si ha bisogno di parola, di aggregazione, ma, mi chiedo, se ci sia il presupposto necessario perché questo bisogno trovi la sua cassa di risonanza. Il presupposto necessario è il silenzio, sicuro.)

Dall’altra parte ciò che esorbita, si impone come dato, nudifica, o nidifica. Il "veramente rilevante", cioè la naturalezza/nudità morale, quella potenza che porta lo scrittore a sentire ragione del bisogno dell’ascoltatore; e il bisogno non è lì, è fuori, ripeto.

Lo spettacolo non ha bisogno, appunto, di autorizzazioni, è un momento che è già nel prima, nel mentre, nel dopo. L’attenzione è labile, teniamone conto.

(Come in un articolo apparso su "Il Venerdì" del 10 ottobre 2003: "la poesia si mette in gara e fa boom", cioè scoppia!)

 

 

 

Tenere le scarpe per terra

 

Chi, in questi tempi, segua la divulgazione culturale su rotocalchi, supplementi, sul web non potrà certo non notare l’appiattimento mediatico e la autoneutralizzazione del ruolo di chi scrive.

Spesso, ci si trova di fronte a persone che, integrate come sono, vorrebbero dare ad intendere che la strada da seguire sia – in tempi di obnubilamento, quali questi – quella del "metà dentro"/ "metà fuori", cioè il "giocare" all’interno degli ingranaggi di potere per farli saltare.

Emblematica, al riguardo, la figura dello scrittore Tiziano Scarpa, il quale in una intervista al "Venerdi"(10/10/2003) si apre sinceramente. Dice che non vuole essere letto esteticamente, che la committenza è importante e che il suo ultimo romanzo "è frutto di una committenza, una marchetta fra le tante". Scarpa scherza, è molto intelligente.

Ancora, dice: "…sono affascinato dall’imbecillità, dalle miserie, dalla pochezza umana e dal modo meschino di ragionare. Scrivi un romanzo proprio per questo, altrimenti scrivi poesie".

Nel prosieguo dell’intervista Scarpa fa quasi tenerezza, si chiede: "Perché nessuno mi compra? C’è una dolcezza straordinaria nel sentirsi sul mercato. […] Sentirsi fuori dal ciclo economico, fuori dall’immaginario del mercato è davvero triste. […] A noi maschi manca quell’aureola di gloria tra il sessuale, il semi divino e il puttanesco".

Scarpa è un "autore autorizzato", "collaudato", ricordiamolo; nonostante ciò vuole essere carezzato, in quanto non si sente abbastanza "cacato".

Ora, è naturale che lo scrittore in questione faccia politica, una politica del compromesso, non certo "comunitaria". Non c’è la benchè minima traccia di solidarietà intellettuale, ad esempio, nel gruppo capeggiato da Scarpa e dalla Benedetti. O, meglio, tutti si coprono a vicenda, forti di avere tra le fila uno scrittore vero, Antonio Moresco. Moresco è messo davanti, in avanscoperta, come una Nike di Samotracia, polena che fende flutti e venti. Onore e gloria a Moresco, ma dietro solo fuffa, zero tensione.

E la realtà è che c’è uno scompenso, e il disequilibrio è dato dal fatto che convivono due tendenze opposte, quella "fictionale" e quella "nudomorale".

Io credo che oramai i tempi siano maturi per uno svelamento totale, "igienico"! Non è l’Apocalisse, badate bene!

 

 

 

La società del rischio esce dalla gabbia

 

Sposto ora la questione su un terreno sociologico, terreno non mio, mi faccio umile ascoltatore, voglio capire. Rifletto su alcuni spunti offertimi dalla lettura di Beck(" La società del rischio").

In fondo, al concetto di ibridazione e di mondo "ibrido" fanno capo i ragionamenti fatti poco sopra, credo.

Beck critica Latour(è lui che parla di mondo "ibrido"); il concetto di mondo "ibrido" gli appare un concetto negativo e per di più vago, in quanto "non dice davvero cosa è".

Beck si propone di superare i "non", gli "oltre", e i "post" dominanti nel nostro sistema di pensiero.

Scrive: "Se mi si chiede cosa comincia là dove le fini finiscono, la mia risposta è: la nozione di rischio e di società del rischio. In tal modo i rischi sono ibridi prodotti dall’uomo. Essi includono e combinano politica, etica, matematica, mass media, tecnologie, definizioni e percezioni culturali; […] così "rischio" è non solo una nozione che viene impiegata in un argomento centrale da discipline diverse, è il modo in cui la "società ibrida" guarda, descrive, valuta e critica la sua stessa ibridità. […] Una società che percepisce se stessa come società del rischio diventa riflessiva, […] il che significa che si preoccupa delle sue conseguenze involontarie, dei suoi rischi e delle sue implicazioni a partire dalla sue fondamenta. […] Per me l’illuminismo NON è una nozione storica, una serie di idee, ma un processo e delle dinamiche in cui la critica, l’autocritica, l’ironia e l’umanità giocano un ruolo centrale. Mentre per molti filosofi e sociologi "razionalità" significa "discorso" e "relativismo culturale", la mia nozione di "seconda modernità riflessiva" implica che non abbiamo ABBASTANZA ragione in un senso nuovo, postmoderno, per vivere in un’Era Globale di incertezze prodotte. […]

Il concetto di (società mondiale del) rischio significa:

  1. né distruzione né fiducia/sicurezza ma virtualità reale;
  2. un futuro minaccioso, (ancora) contrario alla realtà di fatto, che diviene il parametro di influenza dell’azione corrente;
  3. affermazioni di fatto e giudizi di valore che si combinano in una morale matematicizzata;
  4. controllo e mancanza di controllo come espresso dell’incertezza prodotta;
  5. conoscenza o inconsapevolezza realizzata in conflitti di (ri)conoscimento;
  6. globale e locale simultaneamente ricostituiti come "glocalità" di rischi;
  7. distinzione tra conoscenza, impatto latente e conseguenze sintomatiche;
  8. un mondo ibrido fatto dall’uomo che ha perso il suo dualismo fra natura e cultura."

Dunque, questa teoria scardina gli ingranaggi della razionalità tecnocratica e burocratica, cerca di aprire "le apparentemente rigide condizioni e di metterle in movimento". Vuole significare, così capisco, può darsi fraintenda, che, essendo saltate "le gabbie d’acciaio"(Weber), ci si trova nella contingenza, nell’ambivalenza, in zone molli, quindi plastiche, malleabili, di creazione.

"La teoria della società mondiale del rischio elabora l’antitesi: la gabbia della modernità si apre."

 

 

 

"Dentro la carezza del cosmo e del fuoco" *(da una dichiarazione di Moresco): contro la retorica risorgente. Una ri-proposta.

 

[Impressioni di lettura, in presa diretta, condivise con i frequentatori delle pubbliche discussioni in www.nazioneindiana.com, ottobre 2003, ripresentate con lievissime correzioni]

 

 

(Uno)

 

Mi mancano 90 pagine per finire la seconda parte di "Canti del caos", di Moresco ho letto in ordine: "Canti del caos I", "L’invasione", "Il vulcano". Posto che sia un autore "totale", è uno di quegli autori che scrivono sempre lo stesso libro?…forse sì

Ma veramente si crede in un "problema Moresco"? Credo la questione sia mal posta. Problema per chi? Per cosa?
Moresco è un "mistico", ed ora è in pienissima fase di "deriva mistica". Tutto ciò mi lascia pensare. Moresco è già un autore di culto, dunque un "morto", sta già nel Parnaso delle lettere, a suo modo.
Però, bisognerebbe chiedersi: a questo punto che problema è/dà/fa, Moresco?
Ammiro e apprezzo profondamente Moresco; partendo da questa ammirazione mi chiedo: Moresco vuole uccidere la letteratura, la scrittura, l’uomo o, forse, sta "aprendo", è un punto fermo?

E’ indubbio che la "materia" moreschiana sia complessa e compressa allo stesso tempo, ragione per cui può essere compreso e goduto da pochi; i pochi potranno, a questo punto, verificarne la portata di capolavoro. Insomma Moresco è la sua opera, l’opera d’arte è Moresco, o no?

Altre domande: sarebbe interessante, molto interessante, sapere cosa pensasse/scrivesse/facesse Moresco a 30 anni.
C’è una automortificazione sistematica nella sua opera. Non c’è relazione in Moresco, tutto passa per le sue fauci, ingoia tutto, assorbe, vampirizza, poi lo vomita. L’automortificazione sistematica, il masochismo sono divenuti, anzi sono esplosi, ad un certo punto della sua vita, in "visione".
Faccio ancora l’avvocato del diavolo, non voglio in alcun modo maliziare, sia chiaro.
Può la visione "fare danni" alla letteratura, in tal caso? Insomma, mi interrogo, per farla breve, sul ruolo della letteratura.
In Moresco la scrittura parte come patologia, e si sistema in opera, può essere? Appunto questo stato di dissociazione non potrebbe configurarsi come gioco "reazionario"?
Può darsi l’auspicato rivoltamento dei gusti e delle classifiche, di cui parla la O’ Connor?
Mi pare che talmente la corda sia tirata, forse perché "primigenia", che non ci può essere fruizione…si può abusare del talento, del genio? Ok, Moresco se ne frega della fruizione, si potrà dire…
E se rispondessi che il "mondo", così facendo, continuerà a morire, e che lui forse ha salvato sì se stesso, ma ha avuto la tracotanza di gettare una immensa patata bollente autoriferita?
Mi pare, insomma, che leggendo Moresco alla fine non si diano i mezzi perché possa aprirsi la voragine "rivoluzionaria", di rivoltamento appunto,di cui sopra.
E se il grottesco moreschiano lo si potesse tacciare di millanteria? Manca in Moresco la capacità di dare veramente la parola al mondo, agli altri; Moresco non empatizza, soffre per sé, ha l’egoismo di Dio?!
La sua è un’opera autoriferita, sgorgante automoreschità. Moresco è Dio.
E se cominciassimo a ridere a questo punto? E se Moresco avesse la forza delle mode, continuando di questo passo?! Ogni personaggio è Moresco. La sua, è poesia lirica sulla merda che, paradossalmente, rima con sentimentalismo; cosa altro è la esibita pornografia, se portata al punto di fusione, e di bianco massimo?
E’ grazia o sentimentalismo? Mi chiedo
Moresco vorrebbe rendere soli, " insegnarci" la solitudine, ma in una maniera sbagliata, saltando molte tappe; ora si sta vendicando, compartecipa a questa opera di vendita del pianeta.

Faccio altre domande: poniamo che la "visione" moreschiana fosse "chiudente", apocalittica, che cosa ce ne facciamo? E’ nell’iperuranio. È santità.
Ma il mondo di oggi ha bisogno di scrittori-santi? O forse ci vorrebbe una operatività massima, di questi tempi?
(a me piace Carlo Levi, ad esempio; altri tempi, altra temperie, d’accordo, però però…alla fine della sua vita scriveva quel "Quaderno a cancelli" che poi postumo apparirà, scriveva una "giustificata" opera "totale". Levi ha lottato per sé e per gli altri, per chi lotterebbe ora Moresco? Penso che alla fin fine sia messo lì davanti, inerme, compatito dal pubblico, inascoltato. Muore così il senso dell’essere scrittore, si perde l’azione che propria dovrebbe essere di ogni scrittore)


Paradossalmente Moresco è il senso di colpa inconscio della postmodernità.


Ho come l’impressione che non possa incidere, il mondo è tutto suo, gli altri, l’altro chi è?
Finisco. Sono pensieri buttati lì, cerco chiarimenti io stesso sul fenomeno Moresco, rifletto sui "virus" che questa lettura potrebbe trasmettere.
Sopporto poco l’automortificazione sistematica che è di Moresco, è la passività che porta all’estasi. Ma la gente muore di fame, di ingiustizie e via discorrendo, ad un certo punto della vita un autore, per quanto toccato dalla grazia o, dall’altra parte, da "derive mistiche", deve sterzare verso il "veramente rilevante": il mondo, gli altri, e non, avere il "suo", di mondo…come a dire: tutto è mio!
Le forze demoniache vanno risolte, almeno incanalate, dialettizzate.
Tutto questo per dire che Moresco è sì il più grande scrittore italiano vivente, si può dire, ma non mi basta!
(a volte di tutto ciò che ho detto non ne sono sicuro, cerco altre opinioni, appunto; Moresco ha la portata del capolavoro.
Ma non ne sono ancora convinto…J ).

 

 

(Due)

 

Mi scuso e mi riscuso anticipatamente per il lenzuolone!
Trovo sia molto onesto ciò che si sta facendo – anche se alcuni potrebbero pensare che si stiano a lavare i panni sporchi davanti a tutti; che c’è di male poi?! È naturale, è ciò che Moresco fa , ad esempio, quando scrive, cioè svela, mostra le cose per quelle che sono – si creano i presupposti per una fruizione totale dei pensieri, del sentire( che è di tutti, non solo di alcuni!). Gli incontri è giusto che ci siano, vengono, verranno; per ora il mezzo è un altro, e non è detto che sia ambiguo o fuorviante. L’atmosfera è più informale, serena, anzi. Non deve esserci separatezza.
Queste non sono rese dei conti, piuttosto dialogo, apertura. Si parla alla luce del sole, no? Questo sta avvenendo…
Ci si interroga sul ruolo della scrittura, sul senso della letteratura, e parlare di Moresco è solo un pretesto per parlare di tutti gli altri, di come la vedono gli altri.
Montanari sta iniziando, per esempio, a svelare ora ciò che non ha scritto prima ne "Il problema Moresco", e cioè chiede e si interroga sulla fruizione di un certo tipo di scrittura, sull’interesse che può destare, quanto può incidere e se può incidere nelle coscienze. Mi pare questo sia il suo intento.
Montanari è l’unico che sta aprendo, e si sta aprendo, qua dentro, ed è da apprezzare; Voltolini nicchia, si limita a parlare di abrasività(dica ciò ad un lettore medio: come dire: mi avvicino al fuoco senza tuta d’amianto e mi brucio tutto); Scarpa dice che segue e ringrazia gli intervenuti; Genna legge legge e legge, sentenzia e pontifica, e poi mi scrive delle recensioni(?!) inutili( cfr. quella sull’ultimo romanzo di Scarpa nel suo(di Genna) blog
www.miserabili.com ),sputi filamentosi di cammello, pappette avariate, lesive dell’opera di uno scrittore, in tal caso; la Benedetti sorveglia.
Inglese, dimenticavo, Inglese ha voglia di verificare, di aprirsi, il suo pezzo è sintomatico e molto interessante.
È meglio dirsele, le cose, piuttosto che giocare di sottigliezze o, peggio, malignare.
(Ancora, sotto: prendete tutto quel che segue, come sempre, col beneficio del dubbio, che mi anima)
La "visione", ogni tipo di visione, diventa reazione, fa il gioco del potere, anche se- c’è da dire- opera/scava lentamente nell’inconscio, si infiltra, la sua azione è lenta, allegorica. Moresco, per esempio, lo si vede dall’accoglienza che riceve, è già ben bene neutralizzato, normalizzato, mi pare, credo, e dico questo ricollegandomi a ciò che scrive Montanari sulla ricezione/incidenza di una scrittura tale. Moresco va amato, letto, questo sì, poi bisogna "distanziarlo", disinnescarlo, e proseguire. E per fare questo la lettura deve essere omeopatica.

Mi chiedo: ma è possibile che oggi non si possa scrivere e testimoniare del "veramente rilevante"?


In questi giorni mi è capitato di leggere un invito di Zavattini agli scrittori italiani, riportato su "Il Rinnovamento d’Italia", 4 agosto 1952. Un documento vibrante, appassionato, giusto. Freschissimo, semplice semplice.
Roba datatissima, non c’entra un cazzo, mi si dirà, ma mi piace parlarne lo stesso perché mi ha dato forza e coraggio.
Questo invito era stato letto cinque anni prima in una conferenza alla Casa della Cultura, Zavattini proponeva un bollettino degli scrittori, li chiamava a compilare un bollettino di notizie e di denunce sulla miseria nazionale. "Bollettino" o "Bollettino degli scrittori" voleva intitolarlo.
Scrive Zavattini: " Che cosa scriverebbero gli scrittori italiani in questo bollettino? Non di certo, novelle, poesie, saggi: scriverebbero ciò che hanno visto e udito sulle condizioni di vita del popolo italiano. […]
In questo "diario d’Italia" non si dovrebbero trovare commenti, si dovrebbero trovare soltanto fatti e nomi[…] Importa che i fatti testimoniati dagli scrittori abbiano una larga eco[…] Sarebbe bello che gli scrittori italiani si unissero in una milizia tanto costante e presente.[…] Io credo dunque che con un libro, lo scrittore non abbia pagato il suo debito verso la società. Troppi asseriscono che il libro non è soltanto un momento dello spirito, ma IL momento.[…] Nella mia ignoranza è apparsa spesso l’idea che saremo migliori solo quando non avremo più bisogno di scrivere, ma la nostra partecipazione alla vita sarà così aperta - ad angolo piatto- che l’essere e il raccontare si susseguiranno come il baleno al tuono, anzi si identificheranno.[…] "Ma io ho messo nelle mie pagine – dice lo scrittore che vuole eludere l’immediato- ho messo nelle mie pagine il dolore del mondo". Uno scrittore mi disse così, una volta che gli chiesi mille lire. Io insistetti. Egli continuò a dire di no. Mi parlò dei suoi romanzi e che sentiva di aver dato al suo prossimo più di mille lire. Mi citò dei passi di alcuni dei suoi saggi, dove non c’era il dolore del mondo ma c’era davvero la comprensione di molti problemi che assillano lo spirito moderno. D’accordo, gli dissi; tuttavia dammi le mille lire. Finì con l’indignarsi, trovò addirittura deamicisiana la mia polemica e disse che le vie per aiutare gli uomini sono infinite.[…] Dirò che quei suoi libri, per quanto bellissimi, non mi farebbero mai esprimere parole di ammirazione per il loro autore se questo autore non avesse coscienza della destinazione sociale di quei libri. […]
A me sembra che l’essenza della vita moderna sia quella dell’immediatezza, cioè della necessità di comunicare agli altri quello che si ha, quello che si è, nel più breve tempo possibile[…]…voglio giovare agli uomini che ho davanti…[…]
Ciò che vedo oggi di ingiusto ha bisogno del mio grido immediato che dice: è ingiusto. Se il grido è fermato sulla carta o sul marmo o sulla tela, ciò non è importante quanto il fatto che io l’abbia detto e divulgato. Come si inserirà nella storia o in una delle tante storie possibili questo grido coevo alle emozioni che io ho fatto prorompere, questo grido grezzo, vorrei dire, non importa o meglio io non lo so. Sento che non può che contribuire per il meglio al disegno delle forme della vita.[…]
Non bisogna aver paura. Bisogna perfino essere crudeli in mezzo a una civiltà il cui sforzo maggiore è quello di allontanare la coscienza della verità.[…]
Se il bollettino sarà monotono non faremo niente per farlo diventare meno monotono. Capiremo noi per primi, e capiranno tutti gli altri, che non ci sarà che un modo per farlo diventare meno monotono: trasformare la società.[…]
Il compito del bollettino sarebbe quello di rendere palese, costante, direi ossessiva, certa realtà.[…]Parliamoci francamente, noi scrittori teniamo il piede in due scarpe. Abbiamo tutti i difetti dei borghesi, la vanità, l’orgoglio, la superbia, la difesa di noi stessi fino alla spasimo, soprattutto il facile oblio delle numerose ingiustizie che vediamo e di cui ci ricordiamo solo nell’attimo cosiddetto creativo.[…] Ci spogliamo sulla pagina, e così la nostra coscienza si placa. Noi sappiamo che proprio lentamente quei nostri avvertimenti entreranno nel patrimonio del tempo, tuttavia ce ne accontentiamo sfuggendo quell’altra battaglia.[…]
Io credevo che la novità spirituale degli italiani potesse consistere in questo dopoguerra nel considerare ad ogni costo il problema dei poveri, degli infelici. Ma noi abbiamo una troppo soave pietà di noi stessi come se ci guardassimo essendo ancora bambini.[…]
Il bollettino potrebbe essere principalmente proprio una liberazione dalle favole, e il nostro più vero documento di un principio di solidarietà".

 

 

Angelo Rendo, Scicli(Rg) 1976, "Nabanassar" (www.nabanassar.com )

* cittadina siciliana distrutta dal terremoto del 1693.

 

 

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