Ricorrenza

di Angelo Rendo

 

foto di Rosario Rossino

 

 

Stava con le mani in tasca, la sigaretta penzolante, a destra, sul labbro. Portava una giacca nera a pois rossi, aveva una grossa cintura di pelle zigrinata alla vita, il capello rasato a zero. Portava uno sguardo tremante no, anzi i suoi occhi erano di pietra, nera. Le ciglia facevano vento, di tanto in tanto, ecco il moto, di tanto in tanto.
Sulla sedia, poi, di fronte alla piazza, tra due file di alberi, che tagliavano a mezzo il torrente, Begustino stava.
Tre, quattro, cinque, sei minuti al massimo: si creava un capannello, accorrevano madri e padri e ragazzi svogliati. Begustino benediceva gli invalidi, correva con loro, da loro. Si ritirava in piedi, spesso, guardava da lontano i movimenti: i ragazzi, i padri e le madri scendevano e salivano lungo tutto il corso, si fermavano al bar, chiedevano qualche soldo. L'impasto funzionava lievitando. Begustino seduto, l'intero pomeriggio, la mattinata lunga e piena di sole l'aveva messo giù.

Dameco sentiva da alcuni giorni strani discorsi uscire dalle bocche dei corridori del corso: le madri i padri i ragazzi svogliati. Dameco era il nipote piccolo di Begustino, figlio di una sua sorella, la più piccola.
Una giornata piovosa, questa domenica, tutti si allontanavano dal centro, verso le campagne, le corse clandestine di cavalli, su asfalto bagnato, ancor meglio.
Volendo ridire l'azione: Dameco su ordine di Begustino prelevava i cavalli dalle stalle, dava loro da mangiare, benediceva la loro corsa.
Begustino , intanto, badava, badava ai suoi traffici, alle azioni di ritorno: in amore e verginità.
La gente della campagna, appaiata scendeva sui cavalli patatari, un lungo corteo iniziava a snodarsi.
Era la festa del Santo Giuseppe, ricorrenza di fuochi, rito e passeggiata e corse clandestine da preparare, la settimana successiva però.
Senza destare sospetti Begustino faceva avanti e indietro per la piazza, accompagnava erme. La pietra governava, la conca rappresa trovava i suoi suonatori.
Scendevano e salivano, i suonatori, provenivano dall'interno, dal centro, scendevano per la piazza, cortei e suoni, e grida e nitriti, rasserenanti inviti a banchetti: salsicce, carni di porco, fette.

Dameco era felice, sapeva che lo zio stava godendo del sole, anche se oggi pioveva, a dirotto.

In mezzo a tant'acqua, suonavano e scendevano. Era sera, i cavalli pieni si riposavano all'abbeveratoio. Si levava un lento odore di stalla, e letame, dagli zigomi spuntava una lacrima, Dameco prendeva sculacciate dallo zio. Il giorno prima, il bambinetto aveva dimenticato qualcosa. Pochi soldi in cassa. Un furto.

Le dure parole dello zio s'insaccarono nello stomaco di Dameco, la notte era lunga, era stata bella, fino ad allora. Ora, Dameco si deturpava con parole di spavento, chiudeva ed apriva ad intermittenza gli occhi, scappava di casa, verso la stalla, verso i soldi perduti. Sul letame.

Col timore che si disponeva sulla schiena Dameco annusava l'ambiente, tastava l'aria spessa con le mani, poi un fitto odore di merda lo penetrò. Sentì smuoversi una serpe dentro lo stomaco, vomitò una chiazza scura, sudò freddo, prese il letame per giaciglio.
Entrò nella puzza, nella sconcia e densa poltiglia che allordava il pavimento, vi si buttò, lo leccò pezzo per pezzo con la lingua, riscoprì le mattonelle, un dito se lo spalmò sul naso.

La mattina fu veloce a venire. Il sole dava occhi a Begustino, occhi per vedere, occhi della testa, dentro.
Dameco passeggiava in piazza, coi vecchietti, li accompagnava. Begustino giaceva sul letame, un cavallo lo accudiva, lo annusava.

 

 

 

---diritti risevati, novembre 2004---