Dieci poesie
di Teresa Zuccarocappello critico di Angelo Rendo e Martino Baldi
Voce naturale, fluida, a due facce; una, tendente alla espressività, prosastica e carnalmente accogliente, fatta di suono e melodia, carica di umori; l'altra, apparentemente dimessa, o algida, in realtà potente, soprattutto lucida. (Quest'ultima è la faccia medusèa, oculare). I ritmi vitali sono spiegati nella loro interezza, l'occhio (si) filma, penetra acuminato, sonda; restituisce rigore, fedeltà, saggezza. L'impianto è nitido, dagli esiti più strutturati alla pura polpa, netto. Il tono, a sprazzi colloquiale, porta in dote un piglio deciso prevalente. C'è, alle spalle, un mondo già ben formato. E alcuna posa. Qui la parola guarda se stessa da ogni distanza possibile, nella vicinanza e nella lontananza, da dentro e da fuori, direttamente alla luce (solare-lunare-artificiale) e attraverso i vetrini colorati del piccolo chimico.
Pandora
Infila la tua mano
per il mio collo stretto
fino alla pancia tonda
trovi di tutto:
pagine, penne, perle,
acqua, posate e versi,
camicie da stirare ed una fionda,
un portatile in funzione,
il bambino che non vuoi,
buon senso a profusione.
Poi trovi madri, amiche, nonne e zie,
padri, estranei e conoscenti
crudeli, distratti, ingannatori,
molestatori e assenti.
E già il tuo braccio
è tutto dentro me,
ma poi avvicini il viso per vedere
arcobaleni accesi
tre soli incandescenti
galassie in espansione
ed i tuoi sogni appesi
alle mie stelle cadenti.
E in me sei già affondato fino al busto
senza vedere il fondo
così ti rendi conto, preoccupato,
che io ti contengo tutto, e resta posto,
tu che pensavi giusto di riempirmi
con un mazzo di fiori a buon mercato.
Pianeti
Tu sei rosso,
chiaro, fertile
temperato, ospitale
fisso, ruvido
solido, consistente, inanellato
Io sono nera
ombrosa, liquida
carsica, craterica
ventosa, umida
instabile, gassosa, nebulosa.
Orbitiamo su piani divisi
non ci sfioriamo
ci disturbiamo con improvvise eclissi
troppo precisi
per una collisione primordiale.
Senza titolo
I piedi sono sulla riva del mare,
si fanno levigare come sassi,
accarezzare.
Le mani sono sporche,
invischiate nel fango
che hanno tentato di plasmare.
L’anima ha seguito le orecchie,
è annegata nell’abisso
di una musica nera.
Il cuore non si è mosso da casa:
Scandisce i secondi e guarda la porta
Che rimane chiusa.
La testa naviga a vista
Fra cumuli e cirri,
E non vuole tornare.
Sono a pezzi, tuttavia
Appaio intera, ebete e sorridente
Mentre cammino fra la folla
E faccio finta di niente
Meduse
I globi translucidi,
banali,
appaiono a galla
immersi nel futile
ma al fondo,
nel buio,
tentacoli stringono
ideali essenziali
Coralli
L'attaccamento alle radici,
la mania delle barriere,
sembrano indici di serietà.
All'apparenza dei conservatori,
ma quel rosso li rende sospetti
e fa trapelare la verità:
sul velluto del gioielliere,
tra gli ori,
i mistificatori
si esibiscono snob
ora in collier,
ora in braccialetti.
L'alga
Come averne paura?
Quel suo farsi trascinare
dalla corrente
ne fa un tipo spento,
insignificante,
senza temperamento.
In realtà cela la sua natura.
Guai a toccarla:
perfidamente,
è pronta a rivelare
un'indole urticante.
La Conchiglia
Quel madreperlaceo pallore
da anima pia è un alibi:
la sua maschera da spia.
Vedi quelle volute?
E' tutt'orecchie!
Non fa che origliare fruscii
di onde, segreti di sabbia
le grida mute
dei pesci nelle reti.
Poi, pettegola,
è pronta a spifferare
a chiunque abbia voglia di ascoltare.
La stella marina
Mentre era proiettata
verso Orione
ha avuto un incidente
ed è precipitata
sullo scoglio di fronte.
Disorientata, aliena
non riesce più a brillare
ma non si lascia andare
e muta il suo splendore
in un rosso siderale.
Il relitto
Il mare non è fertile, né ospitale
avvolge, respinge e fa dimenticare.
Sono troppo, troppo lontana,
mai nel posto in cui dovrei stare.
Restare al largo è difficile
impossibile tornare,
ho paura, sono stanca, devo riposare.
Tu sei roccia, scoglio, albero di corallo,
tienimi ferma nel punto in cui ti pare
più di questo niente non mi puoi spaventare.
Affonda dentro me le tue radici
più di quando mi ruppi non sentirò male.
Tornando a galla
"Sarà coperto di pelo lucente, un dio
non gli insegnerò nemmeno una parola".
Da "Surfacing" di Margaret Atwood.
Sono nata incompleta, menomata,
la parte giusta rimasta sommersa,
assai poco funzionale
nella mia metà sbagliata.
Tentando di colmare la mancanza,
mi sono poi da me ripartorita.
La prima volta
ho dato vita a un maschio prepotente
che ha ucciso la madre per capriccio,
ed è impazzito.
La seconda volta
ho fatto una bambina prematura,
che non ero in grado di accudire,
destinata a morire trascurata.
Ora vivo con speranza un’altra attesa,
un luna crescente la mia pancia,
e da lì già guardo fuori attentamente
questo mondo fatto a pezzi, disunito .
Questa volta sarò tutta, sarò intera:
uovo, pesce, donna, uomo, animale, pianta.
Una specie antica, ma nuova, di creatura
che sta a galla per istinto, da sola.
Teresa Zuccaro è nata in Sicilia nel 1968, vive e lavora a Firenze. Alcune sue poesie sono state pubblicate nell'antologia Nodo Sottile 3, Crocetti 2002, (a cura di V. Biagini e A. Sirotti.)
---diritti riservati, 13dec03---